L’UOMO MODERNO: DALLA FRANTUMAZIONE ALLA RICOSTRUZIONE

 

Essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che ci promette avventura, potere, gioia, crescita, trasformazione di noi stessi e del mondo; e che al contempo, minaccia di distruggere tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che conosciamo, tutto ciò che siamo.

Si tratta, comunque di una unità paradossale, di una unità della separatezza, che ci catapulta in un vortice di disgregazione e rinnovamento perpetui, di conflitto e contraddizione, di angoscia ed ambiguità.

Così dice M. Berman in L’esperienza della modernità, Bologna, il Mulino 1985, 25.

    

  I pensatori illuministi, animati da un ottimismo che oggi non può non apparire ingenuo, erano convinti che il controllo scientifico della natura avrebbe liberato l’uomo dalla povertà, dal bisogno, dal capriccio delle calamità naturali. E vedevano nello sviluppo del pensiero razionale e delle forme razionali dell’organizzazione sociale le possibilità di liberarsi dall’ “irrazionalità” del mito e della religione, che per essi era pura superstizione, dall’uso arbitrario del potere e, in definitiva da tutte le forze oscure che si agitano nel fondo della natura umana.

 

Il Novecento ha affossato questo progetto introducendo nella storia quel pessimismo specifico nato dall’esperienza di Auschwitz e di Hiroshima.

Diversi autori, dopo Hitler e Stalin si sono perfino chiesti se il progetto illuministico non si sia rivoltato contro sé stesso, se il trionfalismo della razionalità come strumento di emancipazione e di liberazione non si sia tramutato in una logica di oppressione e di dominio. Le costruzioni della ragione hanno scatenato la follia distruttiva e la copertura ideologica della distruzione e della vendetta.

     “La crisi morale del nostro tempo è la crisi del pensiero illuministico. Poiché se quest’ultimo può aver permesso all’uomo di emanciparsi dalla comunità e dalla tradizione del Medioevo in cui la sua libertà individuale era sommersa, l’affermazione illuministica dell’ io senza Dio alla fine negava sé stessa perché la ragione, un mezzo, era lasciata, in assenza della verità divina, senza alcun fine spirituale e morale”.

 

Oggi il postmoderno ha ereditato dalla modernità la mancanza di rispetto per il passato, soprattutto per il passato dell’ordine sociale premoderno.

La storia è concepita come un vortice che tutto cambia continuamente, sconvolge perciò i termini di ogni problema e null’altro è che un infinito processo di rotture e frammentazioni.

Perciò dire postmoderno è dire opposizione alla ragione illuministica, al marxismo, al freudismo e contemporaneamente aprire la porta alle voci “altre” alle quali è stato a lungo imposto il silenzio: i popoli neri, le donne, gli omosessuali.

Oggi la produzione degli spettacoli, gli happening, i media sottolineano le qualità fuggevoli della vita; ne negano la complessità e la rappresentano in termini di affermazioni molto semplificate.

Secondo alcuni osservatori, il postmoderno si sta evolvendo e, forse, autodissolvendo.  

Del fenomeno sarebbero responsabili le forze politico-economiche che trasformano il mondo del lavoro e la finanza, creando una geopolitica, un nazionalismo economico, una politica localistica in conflitto con l’attuale internazionalismo.

Nell’elaborazione della nuova cultura, si starebbero affermando forme nuove di romanticismo sensibili ai valori dell’etica, una ripresa del progetto illuministico e finanche un rinnovamento del materialismo etico.

     Intanto, il tempo della frantumazione e l’incertezza economica acuirebbero il desiderio di valori stabili, che spingerebbe a guardare con rimpianto l’autorità delle istituzioni di base: la religione, la famiglia, lo Stato. Il vigore di questi movimenti si presenta in crescita nelle società dominate dall’egemonia capitalistica.

Tuttavia, dice il Papa, “ la tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo ad una sapienza solamente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina.

( fin qui da un articolo di G. Mucci s.j. tratto da Civiltà Cattolica – 19 aprile 2003)

 

OGGI, TUTTI DICONO:

O L’UOMO SI RICOSTRUISCE DA DENTRO, O NON SI RICOSTRUISCE !

QUESTO E’ VERO !        MA… CHI RICOSTRUISCE  ?

 

                              Se il Signore non costruisce la casa,

                              invano vi faticano i costruttori.

                              (salmo 127,1) 

 

Quest’anno, ricorrendo il 25° del suo ministero sulla Cattedra di Pietro, Giovanni Paolo II, ha voluto riproporre con forza a tutta la Chiesa una riflessione sulla centralità dell’Eucarestia, “pane vivo” che Dio dispensa a tutti i fedeli della Chiesa.  

Nella sua Enciclica Ecclesia de Eucharistia il Papa ricorda a tutti i credenti che la

Chiesa “vive dell’Eucaristia. Di questo pane si nutre, e di esso non può non fare rinnovata esperienza”.

“E’ dall’Eucaristia che nasce ed è formata la Chiesa. E’ per l’Eucaristia che essa vive e progredisce. Essa è fonte ed apice di tutta la vita cristiana. In essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini”.

Se è vero quel che dice qualche pensatore, che “l’uomo è quello che mangia” , il cristiano che si nutre dell’Eucaristia viene per mezzo di essa cristificato.