La morte di Marco Pantani porta nuovamente nelle nostre case un problema, che sempre di più caratterizza la società moderna, quello della solitudine. Il silenzio è l'atteggiamento quasi naturale che accompagna ogni morte, ma non sempre questo silenzio porta con sé una riflessione.
La vicenda sportiva e umana del ciclista romagnolo, che appena sei anni fa ci entusiasmava con le sue imprese ciclistiche, è entrata in un modo o nell'altro nelle nostre case ponendoci davanti tutte le contraddizioni di un mondo, quello dello sport, che sempre più copre di ombre le imprese dei suoi campioni. Ci siamo sentiti un po' tutti ciclisti quando, nella calda estate del 1998, Pantani vinceva prima il Giro e poi il Tour; poi ci siamo spaccati quando, un anno dopo, un'analisi del sangue ha gettato un ombra di sospetto sulla vita e sulle imprese sportive di quel ragazzo. C'erano i sostenitori fedelissimi, quelli che non hanno mai creduto alle accuse; e c'erano quelli che, forse delusi, hanno iniziato subito un processo popolare nei confronti del campione.
Certo, io Pantani non l'ho mai incontrato, così come moltissime altre persone che hanno comunque seguito le sue imprese, nel bene e nel male; però sono consapevole che Pantani, quel calore senza misura e quelle condanne gratuite le ha ricevute ugualmente, e ne ha subito tutte le conseguenze, positive prima e negative poi. La mia riflessione parte proprio in seguito a queste considerazioni, ma Marco Pantani, realmente, chi era? Era sicuramente un grande ciclista, che magari ha sbagliato anche, che forse ha ceduto alla tentazione di una facile vittoria in cambio di una pasticca in più, ma sicuramente era e resterà un grande campione del ciclismo. Era però anche e soprattutto un uomo, con la sua vita, con la sua storia, con le sue debolezze, con la sua fragilità e con quell'intimità, magari dolorosa, che non è riuscito mai a condividere in pienezza con quanti gli erano accanto. Ecco, Pantani era un uomo, come ciascuno di noi, un uomo che ad un certo punto della sua storia è caduto in un tunnel fatto di errori, di accuse e di solitudine. Un tunnel dal quale non è riuscito ad uscire, ci ha provato, con le sue pedalate, con l'aiuto dei medici, con il calore di quanti non lo hanno abbandonato, ma non c'è riuscito. Pantani è ciascuno di noi, senza voler fare generalizzazioni, vorrei riflettere sul rischio che ciascuno, nel corso della sua esistenza, corre; il rischio della solitudine. Può capitare di sbagliare, può capitare anche di avere un carattere chiuso, che non si riesce ad aprire agli altri, può capitare di ritrovarsi, un giorno, soli con i nostri pensieri, con i nostri problemi, e può capitare anche di non avere la forza per chiedere aiuto. E allora? Forse la debolezza e la fragilità della nostra umanità può giustificare un percorso lento ma inesorabile verso il declino fisico e mentale che termina con la morte? Io credo di no, io credo che la presenza di un Dio al quale rivolgerci nei momenti di sconforto consoli qualsiasi sofferenza e colmi qualsiasi solitudine. Ma c'è chi Dio nella sua vita non lo include, chi non lo incontra e chi lo "abbandona" lungo il cammino. E allora? Che fare? A questa domanda una risposta non sono riuscito a trovarla, però ho trovato un'altra domanda che forse può aiutare. In questi momenti dove sono le "persone di fede"? Eccolo il nocciolo della riflessione, ascoltando i vari commenti dei compagni di sport di Pantani, ho notato come più volte i loro racconti descrivevano una situazione che è stata accompagnata e sostenuta fino ad un periodo determinato, poi si è accettato. Quando ci si è trovati davanti al carattere chiuso di questo ragazzo, alle sue continue ricadute, ai suoi continui tentativi di isolarsi dal mondo per fuggire il problema, allora si è posto fine ai tentativi di aiutarlo. In fondo è lui che ha deciso di rifiutare qualsiasi tipo di aiuto. Se anche questo atteggiamento può essere condiviso, anche solo per il fatto che non siamo tutti psicologi o psichiatri, ciò che non capisco è che fine abbiano fatto tutte le persone che "credono in un Dio" e che Pantani ha sicuramente incontrato. Per me, che provo a seguire il messaggio di Cristo, l'interrogativo diventa imbarazzante e inquietante. Quando posso smettere di essere vicino ad una persona che soffre, quando posso decidere che una persona sola deve essere lasciata al suo destino (perché l'ha scelto lei), quando ho il diritto di ignorare i disagi di chi mi è stato accanto fino a ieri? Questi sono gli interrogativi che questa morte mi ha posto davanti; certo, io Pantani non l'ho mai incontrato, ma quanti Pantani conosco, quanti, come lui stanno aspettando da giorni una telefonata gratuita che rompa prepotentemente il loro doloroso silenzio. Di uomini che soffrono la solitudine oggi ce ne sono molti, magari lavorano con noi, giocano con noi il sabato pomeriggio, vengono a scuola con noi, e vivono il resto del loro tempo chiusi in un disagio interiore, in un silenzio che è incapace di trasformarsi in condivisione. A queste persone, forse da oggi, sarà necessario che presti maggiormente la mia attenzione per non lasciare cadere nel vuoto il messaggio di fraternità che Cristo mi ha lasciato in eredità e che io ho accettato di porre al centro del mio vivere quotidiano. Ho voluto condividere la mia riflessione davanti a questa morte, ora lascio alla cronaca il resto e nel silenzio saluterò questo ragazzo che prima di essere un grande campione è stato soprattutto un semplice ma vero uomo.      
Attila.