Cappella Politecnico-Campus (Bari) - 30 Maggio 2006

 

Dalla Enciclica del Papa Benedetto XVI

DEUS CARITAS EST: L’ESERCIZIO DELL’AMORE

DA PARTE DELL A CHIESA QUALE “COMUNITA’ D’AMORE”

SECONDA PARTE

 

 

Un’ idea di fondo

 

“Siate amore!E’ il punto di arrivo della sequela di Gesù ed è anche il punto di partenza, di ripartenza di ogni vita cristiana, di ogni cammino di un discepolo di Gesù Cristo. Siate amore!, un invito esigente sempre, ma forse in modo particolare ai nostri giorni, in un epoca in cui quando si sente la parola amore, si pensa quasi istintivamente a “fare l’amore”, così come quando si sente la parola carità, si immagina “fare la carità”, Che impoverimento. Due parole, due realtà che non sono mai riconosciute come soggetto bensì semplicemente oggetto, due valori cosificati, ridotti a cose tra le tante da fare o no fare” (cf. Dotti-Manicardi, Una vita ricca di senso, Elledici).    

 

L’amore di cui parliamo e a cui ci riferiamo è pertanto l’”amore” inteso come atteggiamento spirituale, ma che è anche impulso, forza, propensione, energia, dono di Dio, che viene dall’alto e di cui ne siamo portatori sull’esempio di Gesù, attraverso lo Spirito Santo. E’ quell’esperienza che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e profondità dell’esistenza umana, e di cui parte è dato dall’amore umano, dalla nostra esperienza e parte viene dall’alto come dono di Dio.  

 

All’inizio di questa Seconda Parte dell’Enciclica che il Santo Padre dedica all’esercizio dell’amore da parte della Chiesa quale “comunità d’amore”, ci troviamo di fronte al mistero centrale della nostra fede: il nostro rapporto con la vita intima di Dio, il nostro rapporto con la Trinita’.

 

 

La Carità della Chiesa come manifestazione dell’amore Trinitario

 

“ Se vedi la Carità, vedi la Trinità” scriveva S. Agostino, (cf n.19)

 

E’ per noi di grande importanza riflettere su questa dimensione poiché in essa è contenuto lo Spirito Santo, lo Spirito appunto dell’amore che costituisce il nesso tra il Padre ed il Figlio e, nello stesso tempo, il frutto di tale nesso.

E proprio per questo lo Spirito mostra le dimensioni essenziali dell’amore:

*esso unisce (legame, dono reciproco di sé)

* i due (Padre e Figlio, differenza)

* rivelando il frutto (fecondità) di tale unione.

Queste tre essenziali dimensioni dell’amore, che vivono in ogni espressione del mistero nuziale, sono presenti nella comunità ecclesiale.

Ci ricorda S.Cipriano, che è il “popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

“ …il disegno del Padre che, mosso dall'a­more (cfr Gv 3, 16), ha inviato il Figlio unige­nito nel mondo per redimere l'uomo. Morendo sulla croce, Gesù - come riferisce l'evangelista ­«emise lo spirito» (cfr Gv 19, 30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 22). Si sarebbe attuata così la promessa dei «fiumi di acqua viva» che, grazie all'effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei cre­denti (cfr Gv 7, 38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è cur­vato a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13, 1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cfr Gv 13, l; 15, 13). Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell'amore del Padre, che vuole fare dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia”

 

La Trinità è l’origine permanente della comunione ecclesiale, della Chiesa come luogo di “comunione di vita, di carità e di verità”.   

Non si potrebbe parlare della Chiesa e del suo servizio della carità senza anzitutto fissare lo sguardo sulla sorgente della stessa Chiesa quale ambito di carità.  

 

In questo senso in forza del dono dello Spirito, la Chiesa è costituita quale testimone dell’amore del Padre nella storia degli uomini.

Il servizio della Carità è parte integrante della testimonianza, cui è chiamata la comunità ecclesiale. 

 

Tutta l'attività della Chiesa è espres­sione di un amore che cerca il bene integrale dell'uomo: cerca la sua evangelizzazione me­diante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell'attività umana.

Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costan­temente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desi­dero soffermarmi in questa seconda parte del­l'Enciclica” (n.19)

 

 All’impegno nella carità è chiamato ogni singolo battezzato, personalmente e in quanto membro della comunità ecclesiale. Questo significa che la Carità, come afferma il Papa, “è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale”(n.20).

 Qui si manifesta un'altra decisiva dimensione costitutiva di ogni singolo cristiano: la polarità persona-comunità.

Il dovere di assumere in forma stabile la dimensione comu­nitaria del servizio della carità come qualcosa di proprio - qualunque sia l'ambito in cui questo possa avvenire: la parrocchia, un'aggregazione di fedeli, un'opera di carità concreta, la diocesi... ­non è una generosa concessione che il singolo cristiano fa alla vita della comunità!

Si tratta, invece, del maturare in lui della comunione come principio di "organizzazione materiale" dell'esi­stenza. Infatti la koinonia, a cui si riferisce il brano degli Atti degli Apostoli citato nel testo (cfr At 2, 42-45), non è il compito di alcuni, ma la linfa vitale della vita della comunità cristiana, frutto del coinvolgimento diretto di tutti i battezzati.

 

Dal paragrafo 21 al paragrafo 27 è descritta dal Papa tutta la “storia della Carità” e l’azione della Carità della Chiesa attraverso i secoli.

 

Importante per noi è il riferimento del S. Padre al n.26..  

            “Fin dall'Ottocento contro l'attività carita­tiva della Chiesa è stata sollevata un'obiezione, sviluppata poi con insistenza soprattutto dal pensiero marxista. I poveri, si dice, non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia. Le opere di carità -le elemosine - in realtà sarebbero, per i ricchi, un modo di sottrarsi all'instaurazione della giustizia e di acquieta,re la coscienza, conser­vando le proprie posizioni e frodando i poveri nei loro diritti. Invece di contribuire attraverso singole opere di carità al mantenimento delle condizioni esistenti, occorrerebbe creare un giusto ordine, nel quale tutti ricevano la loro parte dei beni del mondo e quindi non abbiano più bisogno delle opere di carità. In questa argomentazione, bisogna riconoscerlo, c'è del vero, ma anche non poco di errato. È vero che norma fondamentale dello Stato deve essere il perseguimento della giustizia e che lo scopo di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni. È quanto la dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa hanno sempre sottolineato. La questione del giusto ordine della collettività, da un punto di vista storico, è entrata in una nuova situazione con la formazione della società industriale nell'Otto­cento. Il sorgere dell'industria moderna ha dissolto le vecchie strutture sociali e con la massa dei sala­riati ha provocato un cambiamento radicale nella composizione della società, all'interno della quale il rapporto tra capitale e lavoro è diventato la questione decisiva, una questione che sotto tale forma era prima sconosciuta. Le strutture di produ­zione e il capitale erano ormai il nuovo potere che, posto nelle mani di pochi, comportava per le masse lavoratrici una privazione di diritti contro la quale bisognava ribellarsi”.

 

 

Giustizia e Carita’ (nn.26-27)

 

La carità non è forse un alibi per sottrarsi al dovere delle opere di giustizia?

Il Santo Padre affronta l'obiezione forse più acuta di questi ultimi due secoli contro il servizio della carità. Non si tratta, ovviamente, di una rifles­sione teorica. Egli cerca di venire incontro ad una difficoltà che, più o meno consapevolmente, è ancora fortemente presente nelle nostre comunità cristiane. Il Papa, infatti, vuole offrire un aiuto concreto alla nostra educazione al "pensiero di Cristo" (cfr 1 Cor 2, 16).

Ed il Papa riequilibra questo errato concetto che sembrerebbe contrapporre la giustizia alla carità . Infatti pur considerando l’esigenza della giustizia che è un criterio fondamentale proprio di una adeguata società civile e come improrogabile dovere di ogni istituzione statuale, pur sempre rimane indispensabile la carità.  In questo senso la carità non assorbe la giustizia.

            Anche se ci fosse uno stato “perfetto”, che a livello organizzativo si prendesse cura di tutte le problematiche sociali e le risolvesse, mancherebbe pur sempre un’aspetto quello dell’amore che è un’esigenza inderogabile, essenziale affinché un’intera società possa realizzare il suo essere polis, il suo essere comunità civile. L’ “amore” è di fondamentale importanza in qualunque organizzazione!

            In questo senso mentre da una parte viene richiamato il principio della sussidiarietà (principio base della dottrina sociale della Chiesa), che mette in evidenza il primato della persona, al servizio della quale devono porsi le istituzioni dello Stato; dall'altra parte il Papa aiuta a comprendere che c'è un livello del servizio della carità che riguarda specificamente l'amore e non è riducibile all' or­dine sempre contingente di una società giusta. “Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore” (n.27 paragrafo b)

 

Come la Prima Parte dell'Enciclica illustra accuratamente, l'urgenza per ogni persona umana di essere amata, di essere riconosciuta nella propria dignità, dovere irrinunciabile per ogni uomo e  dovere imprescindibile per ogni altro, in particolare per chi riveste una qualche autorità.

Il servizio della carità, in questo modo, mette in evidenza ciò che è specificamente umano ed esalta il necessario ordine di giustizia.

Con una bella espressione di Paolo VI, possiamo dire che il Papa mostra ancora una volta come la Chiesa sia esperta in umanità.

 

Sempre ci sarà soli­tudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il pros­simo. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l'amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini biso­gnosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell'amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe «di solo pane» (Mt 4,4; cfr Dt 8, 3) convinzione che umilia l'uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano (n.28)

 

 

Il volontariato: impegno ed espressione della carità (n. 30)

 

Negli ultimi decenni le possibilità di comu­nicazione ed anche di intervento a livello mondiale sono aumentate in modo impressio­nante. Questo dato costituisce per il Papa un' occa­sione privilegiata per riconoscere la crescita della responsabilità di ogni uomo e di ogni fedele. Oggi nessuno non è più autorizzato a dire di non sapere.

Le molteplici forme di volontariato attive, all'interno e all'esterno della Chiesa, per il servizio della carità lo dimostrano. L'Enciclica, in partico­lare, mette in rilievo una caratteristica costitutiva del volontariato: la sua capacità educativa. L'im­pegno per la carità, infatti, può costituire una vera scuola di vita in cui imparare che la legge ultima dell'esistenza è il dono di sé, cioè, la gratuità. Il Santo Padre richiama con forza questo antidoto anti-cultura della morte da cui soprattutto i giovani sono continuamente insidiati. Le iniziative di carità messe in atto dalle nostre comunità cristiane sono innumerevoli e formano in se stesse un oceano di amore. Per realizzare ancora più fedelmente la loro vocazione, queste opere devono sviluppare il proprio contenuto educativo, assu­mendo in modo consapevole la natura testimoniale della vita cristiana.

Nello stesso tempo ogni percorso di educa­zione alla fede - catechesi sacramentale, itinerari o cammini di approfondimento battesimale, scuole di cristianesimo che cercano di approfondire le ragioni del credere per adulti... - non potrà evitare di proporre ai partecipanti dei gesti concreti e sistematici di azione caritativa in cui imparare la legge dell' amore. L'educazione al gratuito, infatti, è parte essenziale del cammino di maturazione della fede.

Mi chiedo, realizzo dei veri atti di carità a fondamento nel mio essere credente? Cosa mi fa difficoltà ad amare con gratuità coloro che mi stanno accanto?

 

 

Il profilo specifico dell’attività caritativa della Chiesa (n. 31)

 

Poiché il servizio della carità, percepito ed attuato dalla Chiesa è parte essenziale della sua natura e della sua missione e come espressione privilegiata della sua testimonianza, è concretamente rilevabile. In questo paragrafo il Papa individua gli elementi costitutivi di tale impegno: 

 

“L’aumento di organizzazioni diversificate, che si impegnano per l’uomo nelle sue svariate necessità, si spiega in fondo col fatto che l’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura nell’uomo. Tale crescita, però, è anche un effetto della presenza del mondo del cristianesimo, che sempre di nuovo risveglia e rende efficace questo imperativo (…)

Ma quali sono, ora, gli elementi costitutivi che formano l’essenza della carità cristiana ed ecclesiale?

a)               Secondo il modello offerto dalla parabola del Buon Samaritano, la carità cristiana è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione, i carcerati visitati, ecc (…)

b)              L’attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in un mondo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno.

Il tempo moderno soprattutto a partire dall'Ottocento, è dominato da diverse varianti di una filosofia del progresso, la cui forma più radicale è il marxismo. Parte della strategia marxista è la teoria dell'impoveri­mento: chi in una situazione di potere ingiusto ­essa sostiene - aiuta l'uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore. Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo. In realtà, questa è una filosofia disumana. L'uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro, un futuro la cui effettiva realizzazione rimane al­meno dubbia. In verità, l'umanizzazione del mon­do non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendente­mente da strategie e programmi di partito. Il programma del cristiano - il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù - è «un cuore che vede». Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. Ovviamente alla spontaneità del singolo deve aggiungersi, quando l'attività caritativa è assunta dalla Chiesa come iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la collaborazione con altre istituzioni­.

c)               La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. E’ in gioco sempre tutto l’uomo. Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza” (n.31).

 

 

Il protagonista della carità: la comunità cristiana (nn. 32-33)

 

La Chiesa è il soggetto proprio del servizio della carità in cui essa esprime la sua intima missione, è necessario interrogarsi circa il chi di questo servizio.

            La comunità cristiana, infatti, vive e si attua nei singoli fedeli: essa, in forza della grazia, possiede una natura autonoma e previa al battezzato, ma alla fine esiste sempre e solo in soggetti personali e comunica la sua forza salvifica attraverso la loro testimonianza.

Ognuno, in quanto membro dell'unico popolo che è la Chiesa, è chiamato in causa. Il soggetto ecclesiale, infatti, è comunionale: il servizio della carità esprime la comunione ecclesiale.

 Infatti, come dice il Papa, «chi ama Cristo ama la Chiesa e vuole che essa sia sempre più espressione e strumento dell'amore che da Lui promana». Non si potrebbe continuare a parlare di servizio della carità se, in qualche modo, esso compromettesse la comunione ecclesiale.

            Il criterio che muove quanti sono impegnati nella carità deve essere quello insegnato da san Paolo, l'urgenza dell'amore: «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5, 14). Un'urgenza che è espressione dell'indomabile tensione a manifestare a tutti ed in tutto l'amore ricevuto.

 

Non poteva mancare un riferimento pre­ciso a quella che il Santo Padre definisce la Magna Carta dell'intero servizio ecclesiale: l'inno paolino alla carità (cf. 1 Cor 13). All'interno di tale prospettiva è utile segnalare due significativi dettagli (n. 34).

_          In primo luogo il Papa parla dell'intero servizio ecclesiale, non solo del servizio della carità, quasi a ribadire ancora una volta la sua preoccupazione per l'integralità dell'esperienza cristiana e per la natura per così dire trasversale della carità nella vita di fede. Ogni azione del fedele e della comu­nità è chiamata ad esprimere la carità Dio-Trinità, perché ogni azione è ultimamente ri­sposta a questo amore.

            In secondo luogo è importante ricordare il versetto che precede il famoso inno paolino: “E io vi mostrerò una via migliore di tutti” (1 Cor 12, 31).

            L'amore, come continuamente suggerisce l'Enci­clica, ha la natura di via, di cammino che la libertà di ogni fedele è chiamata a percorrere personal­mente e comunitariamente. La strada del dono di sé, della consegna della propria persona sarà da percorrere fino all'ultimo giorno della nostra vita.

 

 

L’umiltà (n. 35)

 

Se il richiamo all'umiltà, cui è dedicato un intero paragrafo, costituisce un esercizio di profondo realismo, esso svela anche la garanzia della 'durata' dell'amore.

Un esercizio di realismo perché ci ricorda che in definitiva io sono bisognoso quanto lo è l'altro che mi sta di fronte e che solo il Signore si può prendere compiutamente cura del mio ed altrui bisogno. Il servizio della carità così, ancora una volta, si dà anzitutto come sovrabbondanza di un dono ricevuto. Passa dalla testimonianza. Se possiamo condividere la vita di coloro che sono nel bisogno, è solo perché Qualcuno si è preso cura di noi e ci ha chiamato a partecipare della Sua carità. Anche in questo il servizio della carità rivela tutta la propria forza educativa: nel momento in cui mi richiama la dignità inalienabile di chi incontro, mi ricorda anche la mia natura di mendicante.

Ma l'umiltà è anche la garanzia della 'durata' dell'amore. Chi infatti potrebbe resistere di fronte al proprio limite e all'immensità dei bisogni che incontra? Come non disperare di fronte a tanta sproporzione? Solo la certezza che c'è Uno che si prende cura fino in fondo di tutti, fa sì che di fronte alla sofferenza il nostro dolore non si trasformi in cinismo, né prenda la via della resa.

 

 

Preghiera (nn. 36-38)

 

Il Santo Padre dà largo spazio ad una articolata riflessione sulla preghiera che nasce dall'interno della carità, rilevandone l’intrinseca pertinenza a tale servizio.

La preghiera, infatti, non è né una ‘preparazione’ alla carità, né l'espres­sione di una motivazione inincidente sull' azione. Essa costituisce, invece, la sorgente della carità e, per questo, dell’atteggiamento del fedele di fronte al bisogno, proprio ed altrui.

La preghiera riconosce colui che può prendersi cura degli uomini. In essa il fedele si abbandona alla Provvidenza, sottraendosi all'infantile presun­zione di 'salvare il mondo'. La salvezza, infatti, è e rimarrà sempre un dono gratuito: nulla la può produrre o provocare.

Essa, come l'amore, avviene, ha la natura di evento. Nello stesso tempo la preghiera introduce nell'intimità del cuore di Cristo e, in questo modo, rende partecipi dei Suoi "sentimenti". Ecco perché non lascia spazio allo scetticismo del "tanto non si può fare nulla".

Il Papa richiama tutti noi ad evitare la tenta­zione di una vita divisa o frammentata, in cui non sia possibile rintracciare l'unità della fede, della speranza e della carità (cf n39!).

 

 

L’esempio dei Santi

 

Alla fine dell’enciclica potrebbe insinuarsi un sospetto: così proposto, così come è descritto l’amore è indubbiamente affascinante, ma è veramente possibile? E’ concretamente praticabile da me qui ed ora? La risposta del Papa è chiara: la carità è possibile perché si è realmente data e la si può rintracciare come un fatto presente nella storia degli uomini.

            Da qui l’importanza decisiva della testimonianza dei Santi.  

Scrive il Papa “guardiamo infine ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità…Martino di Tours…tutto il movimento monastico, fin dai sui inizi con Sant’Antonio abate (+356)…gli ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili, lungo tutta la storia della Chiesa. Figure di santi come Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B.Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione Teresa di Calcutta” (n.40), a queste figure aggiungiamo il Beato Don Luigi Guanella (1842-1915)

 

 

Maria, donna di carità (nn. 41-42)

 

Specchiandosi nella vita di Maria Santissima la Chiesa può contemplare il mistero dell'umanità riuscita, scorgere la meta del cam­mino della carità.

I temi affrontati lungo tutto il percorso dell'Enciclica vengono in un certo senso raccolti e delicatamente riproposti in questi ultimi paragrafi dedicati alla Madre del Signore.

Ella è la donna che ha saputo percorrere il cammino che porta alla piena maturazione dell'amore. Nel Suo cuore immacolato !'intreccio tra eros e agape è stato vissuto come strada di maturazione verso la gloria dell'Assunzione. Maria compì il pellegrinaggio della fede (cfr Redemptoris Mater 26) anche come cammino di carità, alla sequela amorosa del Figlio, ferma e fedele fino alla fine sotto la Croce del suo Figlio.

Ai piedi della Croce, davanti al Corpo esanime del Figlio da Lei concepito e dato alla luce, Maria ha creduto, ha sperato ed ha amato, soffrendo nella sua propria carne. E proprio in questo Suo supremo atto di carità, abbandonata al disegno del Padre, Maria diventa feconda. In tal modo si svela il vertice dell’amore che non è pienamente compiuto se non è fecondo. In Maria l’amore di Gesù Cristo, morto e risorto, per il dono dello Spirito Santo genera una nuova parentela: la Chiesa, famiglia dei figli di Dio. Maria è nostra Madre e come tale ci introduce nell’avventura della vita, ci spalanca all’amore. 

Conclude il Papa: Maria, la Vergine, la Madre, ci mostra che cos’è l’amore e da dove esso trae la sua origine, la sua forza sempre rinnovata. A lei affidiamo la Chiesa, la sua missione a servizio dell’amore:

 

Santa Maria, Madre di Dio,

tu hai donato al mondo la vera luce,

Gesù, tuo Figlio - Figlio di Dio.

Ti sei consegnata completamente alla chiamata di Dio

e sei così diventata sorgente

della bontà che sgorga da Lui.

Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.

Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,

perché possiamo anche noi diventare capaci di vero amore

ed essere sorgenti di acqua viva

in mezzo a un mondo assetato.