Parliamo dei sette Sacramenti. Lei ritiene che oggi, per vivificare la vita di una comunità parrocchiale, si possano lasciare così come sono (mi riferisco solo ai tempi e ai modi e non al loro contenuto valoriale) oppure vadano riformulati?

 

Sono tornato da poco da 12 anni di Missione in Albania e fatico a inserirmi nel contesto attuale, mi sembra di essere un pesce fuor d’acqua, un francobollo appiccicato a una situazione che fatico ad afferrare.

Mi rendevo conto che negli anni di mia assenza c’era stato degrado, scristianizzazione e un indebolimento della capacità  di proposta e di presenza.

Mi sembrava che anziché portare Dio e la Chiesa nel mondo si era portato tout court il mondo in chiesa. Quando portai con me un gruppo di albanesi mi dissero scandalizzati: “ma qui le chiese sono piene di vecchi!”. Non me ne ero ancora accorto! Dovetti prenderne atto.

Il problema è uno solo: Dio: dare Dio, parlare di Dio, far cogliere la sua presenza. Fare della parrocchia, della chiesa, il luogo dell’incontro con Dio. Riportare tutto a Dio, ripartire da Dio, occuparci esclusivamente di Dio.

Anche in Missione non sempre si parlava di Dio.

In un incontro di missionari, il prete che aveva il compito di intrattenerci, farfugliava stupidaggini da perditempo. Eravamo tutti dei “disperati” assetati di una parola di consolazione. Non ne potevamo più a sciupare il tempo in quel modo, dopo aver fatto tanti chilometri. Presi il coraggio di alzarmi, di interromperlo, dicendo “Per favore, parlateci di Dio!”.

Con tanto sgomento dell’oratore, la seduta fu immediatamente sciolta.

Sono ritornato in Italia con l’animo semplice, l’ardire e la presunzione del missionario che vuole andare a parlare di Dio. È dura! Non è facile dare Dio, rispondere a una domanda che non emerge, ancora da liberare.

Mi domando se la parrocchia è il luogo della vita o della morte di Dio. Se è una proposta soddisfacente. Se è una gabbia della fede. Se si può esaurire la proposta e il servizio religioso offrendo solo parrocchie. Se ci si può limitare a celebrare sacramenti. Quali altre proposte potrebbero suscitare, alimentare e coltivare la domanda e la risposta su Dio. Come fare oggi a riempire la serie di scatole vuote che ci troviamo a gestire in parrocchia.

Mi sembra illuminante Johan Baptist Metz che indica il clima attuale con le parole:Religione sì, Dio no’,  per esprimere la difficoltà di uscire dal guscio ove ci rifugiamo, in una religione di compiacimento e non di scommessa: a nostro uso e misura.

 

 

E per la celebrazione dell’Eucaristia domenicale?

 

La risposta all’attuale situazione è una comunità viva, profetica, attraente, che dia il segno più bello di Dio, come la voce che grida nel deserto. 

L’Eucaristia Domenicale ci offre della gente selezionata, con la quale si può anche lavorare. Tutto sta a vedere come strasformare, lievitare in pane una massa di farina. Bisogna dare molto forte il senso della Comunità, della famiglia, dell’appartenenza. Molti problemi si stanno risolvendo con la scarsità di preti. Tanti “altarini” si stanno chiudendo. La Domenica, la parrocchia ha il compito insostituibile del radunare, dell’unire, del gioire insieme, del socializzare, del fare di un territorio una famiglia, una fraternità. È il luogo e il momento bello, grande, opportuno per parlare di Dio, in maniera naturale e ordinaria. I fedeli debbono sentire la vocazione alla Comunità, al suo servizio, alla sua crescita. Sposare la Comunità, identificarsi con essa. Sentirla nelle proprie vene, scommettere in comunione. Ci sono gruppi e realtà che faticano e rifiutano ancora la grande Comunità, tendendo a rifugiarsi nel loro “ghetto”. Si parla di ecumenismo all’esterno e si resta ancora segregati all’interno. La Comunità se trova persone che credono e si scommettono per essa ripaga ampiamente. Se la si priva degli elementi migliori per farne magari una ipotetica “elite” trainante, rischia di diventare asfittica.

 

 

Si parla spesso della famiglia come “chiesa domestica”: è semplicemente un modo di dire oppure è un’espressione che lascia intravedere il profilo di nuovi e particolari carismi e ministeri da riconoscere e valorizzare? In particolare, Lei, alla luce delle sue relazioni quotidiane in parrocchia, cosa intende per “chiesa domestica”?

 

La parrocchia si regge sulle famiglie che credono, pregano, testimoniano insieme. Sono le cellule vive che formano un corpo vivo, l’ossatura della parrocchia, la spina dorsale, la struttura portante, le realtà protagoniste. I collaboratori sono quasi sempre espressione di queste realtà vive che esprimono persone vive. Il servizio migliore che si possa ottenere è quello di una coppia di sposi o di fidanzati o di persone supportate dalle loro belle realtà familiari.

Cerco tutte le occasioni per andare ai quartieri, nelle strade e nelle piazze, specie nelle zone più periferiche del territorio, per stare in mezzo alle famiglie, incontrare le famiglie….

Per quanto riguarda un modo diverso di progettare e impostare la pastorale, sono ancora il missionario che sente forte il primo annuncio.

 

 

Secondo Lei nelle nostre comunità parrocchiali le donne sono valorizzate per quello che sono davanti agli occhi di Dio?

 

In Missione mi sono accorto che c’erano due estremi e due rischi opposti: l’identificazione della religione musulmana come la religione degli uomini e della religione cattolica come quella delle donne.

Gli anziani faticavano a capire e ad accettare la collaborazione attiva delle donne nella liturgia. La Missione poteva sembrare gestita dalle donne, le suore, per il loro numero rispetto ai preti, per i loro abiti appariscenti, per la capacità di giungere e penetrare ovunque, per il coraggio e l’intraprendenza. Quasi la Missione cattolica era visibile al femminile. Le suore le trovavi ovunque, alla guida di grosse macchine, per le strade, al porto, all’aeroporto. Di fatto tante comunità e tante opere erano portate avanti dalle donne. In un mondo e in una cultura musulmana era il modo di presentarsi della Chiesa cattolica, una promozione della donna. Le donne attive e missionarie erano la grande forza e ricchezza della Chiesa, che la rendevano presente in maniera capillare nel territorio. Quando le autorità del posto si lamentavano con me di qualche problema creato dalle suore, rispondevo che non era di mia competenza. Loro stentavano a credere che le donne potessero non essere gestite dagli uomini.

Di fatto, in Italia, la maggior parte dei collaboratori sono donne anche se non si fa caso al sesso delle persone disponibili a rispondere alle esigenze. Non si sente e non si fa differenza. Si guarda alle persone, al materiale umano di cui si dispone, alle risposte da suscitare nelle persone che ci sono vicine. Non ho notato, nel mio ambiente, senso di frustrazione per il fatto di essere donne o per il l’Ordine sacro riservato agli uomini. Si sente l’invito pressante “Lavori, si faccia avanti chi può”.

La donna forte sa essere sempre protagonista, sa trovare e crearsi il suo spazio, in qualsiasi situazione. Ho conosciuto due sacerdoti che sostenevano che le loro sorelle avevano la vocazione sacerdotale più di loro e le scelte più ardite le avevano portate avanti col loro incoraggiamento e la loro collaborazione.

Forse potrebbe essere utile, oggi, insistere di più sul popolo sacerdotale e sulla vocazione sacerdotale di ogni singolo vero cristiano.

 

 

Ma per le donne si possono ipotizzare nuovi ministeri a livello parrocchiale? E quali?

 

Non marcherei troppo sulla differenza. Potrebbe  venire un giorno in cui  anche l’Ordine Sacro sarà destinato ai fedeli in quanto tali, senza distinzione di sesso. Per il resto oggi non evidenzierei troppo la differenza.

 

 

La nomina di un nuovo parroco, come si sa, è di competenza del vescovo diocesano. Lei, però, non crede che una comunità parrocchiale debba avere voce nel “cambio di guardia” del proprio pastore? Mi spiego: in genere quando un vescovo procede, nella propria diocesi, a nominare un nuovo parroco, la comunità interessata da quell’evento ha a stento il tempo per organizzare un momento conviviale di congedo per il presbitero che va via, ma non ha alcuna possibilità di entrare nel processo decisionale che conduce alla nomina del nuovo parroco. Forse, però, si potrebbe “lavorare” per realizzare quelle condizioni tali da sapere con largo anticipo l’esigenza del vescovo di sostituire un parroco e promuovere, in ambito parrocchiale, una o più assemblee comunitarie in modo da fare un bilancio degli anni pastorali trascorsi col parroco uscente e delineare, così, un nuovo progetto pastorale da presentare poi al vescovo. In questo modo, anche se la nomina del parroco resta un’esclusiva competenza del vescovo, tuttavia la comunità locale verrebbe coinvolta attivamente nella scelta del parroco?

 

Con i tempi che corrono è già troppo se un vescovo riesce a colmare i vuoti, senza, a volte, troppa possibilità di scelta. Si sa che tanti non accettano le proposte del Vescovo e questo restringe ancora di più le sue possibilità. Se il Vescovo è a conoscenza dei vari cammini delle singole comunità, questo faciliterebbe il suo orientamento nella scelta dei pastori.

Sogno a occhi aperti comunità di cristiani formati, pronti a tutto; che esprimano al loro interno vocazioni mature, in comunione; semenzai di carismi, al punto da poter discernere, al loro interno, la persona da proporre al Vescovo, da chiamare al Ministero. 

 

 

Lei che è stato ordinato sacerdote nel 1976 ritiene che oggi nei Seminari ai futuri presbiteri, vengano offerti strumenti utili ad accostarsi alle problematiche quotidiane delle comunità parrocchiali? [mi riferisco, in particolare, alle tematiche relative all’annuncio della Parola di Dio]

Non ho tanta conoscenza dell’impostazione dei Seminari di oggi. In Missione venivano diversi Seminari e Seminaristi a fare esperienza di Missione e questo penso possa essere particolarmente utile, specie se non è solo un assaggio ma un tempo di sevizio durante il quale si ripensano le nozioni apprese, con i piedi a terra. Forse potrebbe essere utile un tempo più lungo dell’esercizio del Diaconato, per esprimersi nel ministero della Parola e maturare una scelta più consapevole pastoralmente.

 

 

Diversi sono i titoli onorifici riservati al Pontefice. Nelle sue omelie domenicali, Lei, per indicare il Papa e dovendo scegliere tra “Santo Padre” e “Servo dei Servi di Dio” quale delle due definizioni, e perché, userebbe?

 

Desidererei avere la venerazione per il Papa dei fedeli cattolici e dei non cristiani  della Missione. I loro occhi brillavano nel nominare il Papa. Per capire se dei cristiani che distribuivano aiuti - con l’elicottero, nei luoghi ove i preti cattolici non riuscivano ad arrivare - erano cattolici, gli anziani hanno chiesto loro chi era il papa. Hanno risposto che “era un uomo come tutti gli altri”. Si sono scandalizzati profondamente nel sentire qualcosa di simile. Nonostante la loro estrema miseria, li hanno cacciati via con tutti gli aiuti, proibendo di farsi rivedere. Desidererei parlare del Papa a partire dal loro sentire. Lo chiamerei come loro, con espressione di estrema dolcezza: il “Padre Santo”! o come diciamo noi, il “Santo Padre”.