Conferenza
Episcopale Italiana
Nota
del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul
matrimonio e di iniziative legislative in materia di
unioni di fatto
L'ampio
dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della
famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che
traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti
preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri,
come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di
illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di
incarnare la visione cristiana dell'uomo e della società nell'impegno
quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da
tutti a vantaggio del bene comune.
Non abbiamo
interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro
contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti
cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri,
anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita
delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di
altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata
da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell'affetto dei genitori,
essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio
incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è
garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l'impegno che essa
porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l'esistenza della
famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana
(cfr artt. 29 e 31).
Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia
aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché
garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della
società e dello Stato che la famiglia sia solida e
cresca nel modo più equilibrato possibile.
A
partire da
queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto
inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo.
Quale che sia l'intenzione di chi propone questa scelta, l'effetto sarebbe
inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto
matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei
coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che
ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor
più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione
delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si
negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni
non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni
persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine
pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare
forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti
ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione
privata dell'esistenza.
Siamo consapevoli
che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e
tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione
non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo
obiettivo sia perseguibile nell'ambito dei diritti individuali, senza
ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e
alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe
sanare.
Una parola
impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai
cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l'insegnamento del
Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: "i politici
e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale,
devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente
formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura
umana", tra i quali rientra "la famiglia
fondata sul matrimonio tra uomo e donna" (n. 83). "I Vescovi -
continua il Santo Padre - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori;
ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato" (ivi).
Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione
delle unioni di fatto.
In particolare
ricordiamo l'affermazione precisa della Congregazione per
Il fedele cristiano
è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con
l'insegnamento del Magistero e pertanto non "può appellarsi al principio
del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che
compromettano o che attenuino la salvaguardia delle
esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" (Nota dottrinale
della Congregazione per
Comprendiamo la
fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione
autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche
per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi
in politica.
Affidiamo queste
riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la
responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino
sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro
decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l'intera
comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e
le famiglie e che nasce dall'amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in
umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.
(©L'Osservatore Romano - 30 Marzo
2007)