GLI ACCHIAPPANUVOLE

 

Tra gli avvenimenti della storia italiana del XX secolo, ce ne sono alcuni che con insistenza periodica tornano a suscitare discussioni e animare interventi.

Tra questi il ’68 è un capitolo che pare continuare a proiettare la sua lunga ombra soprattutto su chi quegli anni li ha vissuti attivamente, su chi c’era e ci ha creduto e ora li ricorda con nostalgia, incensandoli, oppure li valuta negativamente, come il tentativo fallito di quella che poteva essere un’ importante svolta.

Ma quanto, o cosa, di quegli anni infervorati è arrivato alla generazione successiva a chi ne è stato protagonista, alla mia generazione? Ne abbiamo sentito parlare dai nostri genitori, l’abbiamo studiata sui banchi, a tratti percepiamo la portata di un’eredità del genere, che nel bene e nel male ha marcato gli anni a venire e i cui effetti, in campi come ad esempio quello dell’istruzione e dell’università, si fanno tutt’oggi sentire… ma non è sulle conseguenze positive o negative che mi interessa soffermarmi, su quanto di buono o di cattivo ne è scaturito a livello politico, scolastico, sociale.

Ciò che trovo importante è la voglia di partecipazione di chi all’epoca aveva la mia età, il desiderio di discutere, di capire, di vivere da protagonisti un cambiamento.

 

Oggi invece la dimensione dell’impegno collettivo, dell’incontro/scontro costruttivo è appannaggio di nicchie. Nel corso degli anni passati all’università, mi ha sempre colpito quanta fatica facessero le associazioni studentesche per coinvolgere gli studenti in qualsiasi forma di attività, anche quando i temi da trattare, gli argomenti su cui discutere toccavano tutti in prima persona.

L’indifferenza, l’individualismo, il qualunquismo se non la diffidenza della maggioranza degli universitari nei confronti di chi volesse distoglierli da loro sterile ciclo lezione-studio-esami, quasi come se l’apprendimento fosse unicamente un esercizio fine a se stesso e non un mezzo, è il muro contro il quale ho visto molto spesso scontrarsi svariati slanci di attivismo.

Gli stessi professori non fanno molto per pungolare la nostra voglia di andar oltre i libri prescritti dal programma, per scuoterci intellettualmente, e raramente ci interpellano sul nostro parere.

 

Ed è proprio questa ricorrente mancanza di stimoli da parte di chi dovrebbe contribuire alla nostra formazione unita all’apatia e al torpore di chi è seduto tra i banchi che mi porta a considerare ancora utile e importante parlare del ’68 e ricordare cosa è stato, soprattutto qui in Italia. Oggi molti di noi hanno solo una vaga conoscenza dei suoi ideali e dei suoi obiettivi, e ignoriamo o diamo per scontati e acquisiti diritti che allora furono “conquiste”. Senza nascondere le contraddizioni, gli errori e le violenze di quel frangente storico, non penso che sarà mai inutile ribadire alle nuove generazioni il peso di un movimento internazionale, pluriculturale e interclassista, che ha influito profondamente sulla società e sul costume, da cui è scaturita una stagione di riforme istituzionali, di conquiste per i lavoratori, di riaffermazione di importanti componenti sociali (le donne, i giovani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali, di svecchiamento del sistema scolastico. La “guerra” combattuta dai giovani in quegli anni è stata metafora di rifiuto delle dinamiche sociali del tempo, conseguenza di un impellente bisogno di aspirare a un mondo diverso da quello dei padri e degli adulti in genere, di scrollarsi di dosso la crosta dalle ipocrisie e delle contraddizioni della cultura tradizionale, “borghese”.

 

Chi in quegli anni si è impegnato nella politica, nel sociale, ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, all’insegna del progetto di un mondo pacificato, giusto, equo, libero. A cosa sono approdate queste speranze? Si sono realizzati questi progetti? In realtà poco importa perché ci si CREDEVA, e in nome di tali convinzioni ci si è battuti, ci si è messi in discussione, in alcuni casi si è data la vita.

 

Oggi quei ragazzi che 40 anni fa consideravano addirittura offensivo il non impegno politico sono una minoranza, ma constatando questo non voglio arrivare alla conclusione che le nuove generazioni siano totalmente superficiali, egoiste e vanesie come spesso i media o i genitori denunciano. Disincantati e talvolta cinici, ma se questo avviene forse è anche perché non ci si riconosce in una società che troppo spesso appare vincolante, che non accetta le idee fuori dal coro, che non rischia, che non vuole crescere, una società che non crede nei giovani, che li considera solo perché possibili acquirenti, che ne orienta gusti e aspirazioni, come se i ragazzi non avessero una loro dignità di pensiero da preservare. Chi ritiene che i giovani non sperano più nel futuro o non credono più nelle ideologie, chi parla di “assenza di valori”, dovrebbe domandarsi cosa vuol dire avere oggi 20/30 anni e sentirsi circondati, a volte schiacciati, da meccaniche all’interno delle quali poco spazio viene riservato alle idee, alle passioni, agli entusiasmi, in cui a volte non sembra possibile poter decidere autonomamente del proprio futuro, soprattutto quando in tanti dicono che il futuro è già tutto scritto, perché la società non cambierà mai, perché gli uomini non cambieranno mai. Eppure sappiamo bene che questa è una forma di qualunquismo finalizzata all’immobilismo sociale e culturale, e che non è da “giovani” accettare un ragionamento del genere, abbassare la testa rassegnati. La mancanza di fiducia e la negazione del futuro attraverso l’omologazione è ciò che dovrebbe farci ribellare, proprio come è accaduto alla generazione del ’68, perché non si è giovani se non si parla di futuro migliore, di ideali. Forse allora è questo ciò che di utile può far oggi per noi chi in quegli anni si è impegnato: spiegarci che è il nostro turno, ricordarci che i giovani sono fatti anche per protestare, perché la speranza del cambiamento fa parte della nostra essenza, ricordarci che la contestazione è quasi sempre una tappa dell’emancipazione. Ognuno di noi dovrebbe sentire questa urgenza, e invece la scuola, le istituzioni, e il mondo degli adulti in generale preferiscono accantonare, per paura, quest’importante insegnamento. Così alla nostra mancanza di coraggio si unisce spesso la pigrizia, quella pigrizia che a volte ci spinge ad infilarci in un corteo senza domandarci se è una cosa che sentiamo davvero o se è solo un seguire la corrente, un adeguarci ad uno spirito di generazione. In quanti vi partecipano senza sapere perché sono lì, magari come pretesto per saltare le lezioni! Insegnateci questo: insegnateci il rispetto per l’eredità di diritti che ci avete lasciato e il dovere di tutelarli, insegnateci quali sono i nostri doveri ma insegnateci anche la determinazione e l’entusiasmo per andare oltre, per non accontentarci, per non ubbidire sempre.

 

Mi vengono in mente le parole di una canzone di Luigi Tenco, “Ragazzo mio”. È del 1965 ma ancora terribilmente attuale. E’ una lettera scritta da un padre al figlio, una specie di testamento spirituale, un invito ad essere se stessi, a non farsi condizionare dal giudizio degli altri, a credere nella forza dell’amore. Spesso nelle canzoni di Tenco si parla d’amore, ma altrettanto spesso queste, ad una attenta lettura, non risultano canzoni d’amore. L’amore è un’allegoria, la trasfigurazione della passione, della bontà ed onestà d’animo in ognuno di noi. La canzone dice:

“Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente che al mondo stanno bene solo quelli che passano la vita a non far niente, no, no, non credere no, non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare, non devi credere, no, no, no non invidiare chi vive lottando invano col mondo di domani.”

Gli acchiappanuvole sono quelli che inseguono un improbabile futuro, che dicono o si dicono che si ha “tutta la vita di fronte”, una frase fatta che ha lo scopo di spingere in un angolo la responsabilità di affrontare il proprio avvenire ora, e non in un ipotetico domani che potrebbe essere diverso da come ci viene prospettato.

“Non devi credere, no, vogliono far di te un uomo piccolo, una barca senza vela…ma tu non credere, no, che appena s’alza il mare gli uomini senza idee per prima vanno a fondo…”

L’augurio più bello che un padre può rivolgere ad un figlio è allora quello di non smettere mai di battersi per arrivare ad essere realmente se stessi. Questo dice Tenco in questa canzone. Dice di non allinearsi, di lottare per ciò in cui si crede, per raggiungere i propri obbiettivi, ma di farlo seguendo il proprio modo di essere, altrimenti si finisce per farlo invano, si finisce “per andare a fondo da acchiappanuvole” .

 

Chiara Lacirignola