Carità e speranza nelle encicliche di Benedetto XVI
di Alain Besançon
Institut de France
È possibile intuire, nell'opera di
Benedetto XVI, un piano d'insieme che conferisca un'unità al suo Pontificato?
Tre anni sono un lasso di tempo troppo breve per
stabilirlo. Circostanze nuove possono imprimere al suo agire un corso inatteso.
Tuttavia mi sembra che un disegno profondo esista, e lo definirò così:
"Il riassetto teologico dell'intelligenza cristiana nella Chiesa".
Continua così l'opera del suo predecessore. Non lo fa solo per il bene della
Chiesa, ma per il bene di tutta la comunità umana.
La vita spirituale cristiana impone la permanente ricerca della verità. Una
fede che non cercasse l'intelligenza deperirebbe e l'intelligenza
degenererebbe in automatismo.
Nei due secoli scorsi,
Nella religione umanitaria l'uomo pretende di essere
migliore di Dio. Vi sono sciagure, punizioni che Dio consente, cioè non impedisce che accadano. Ebbene,
l'uomo migliore di Dio, dotato di un amore più grande, più universale, non le
ammette.
La parola amore viene allora svilita, utilizzata in
tutte le salse per giustificare tutte le pratiche sessuali, per impedire di
riconoscere un nemico in quanto nemico, per partecipare ai progetti che la
religione umanitaria crea ogni momento. Questo falso amore dispensa dal
pensare. Fa vivere nell'emozione. La virtù della prudenza viene
dimenticata.
La prima enciclica di Papa Benedetto XVI ha come fine principale quello di
dissipare questa confusione.
La carità, scrive il Papa, non è per
La nuova enciclica, Spe salvi, affronta
temi simili da un'angolazione diversa, a partire da
un'altra virtù teologale. Di fronte al nichilismo disperato di
oggi o all'utopismo sregolato di ieri, cos'è la speranza e, parlando
come Kant, che cosa ci è permesso di sperare?
Questa lettera enciclica è di una grandissima ricchezza. Seguirò solo una delle
sue linee principali.
La speranza, ci istruisce il Papa, è contigua alla
fede. Nelle scritture, le due nozioni sono intercambiabili. La speranza - o,
come il Papa preferisce dire, la "grande speranza" - non si concentra
su un progetto particolare. E ancora meno su un
progetto rivoluzionario; Cristo non è Spartaco, né Bar Kochba.
Essa si fonda sulla certezza che l'uomo non è abbandonato, che una Persona lo
osserva con sguardo benevolo. Tuttavia il Vangelo non è solo
"informativo" perché ci insegna una
"buona novella", questa sicurezza, ma è anche
"performativo" poiché ci offre fin da ora un bene obiettivo, un fatto
che cambia la vita. La speranza non è solo un'attesa,
essa si assapora nel presente. Il cristiano, che appartiene alla società di
questo mondo, gode della cittadinanza di un'altra
società, di un'altra Città, direbbe sant'Agostino, di
cui anticipa fin da ora la realtà.
Il cristiano attende la vita eterna. Tuttavia, ed
è un punto importante dell'enciclica, non sa cos'è. Noi sappiamo
solo che deve esistere qualcosa verso la quale ci sentiamo sospinti. Sappiamo e ignoriamo allo stesso
tempo: docta ignorantia.
I filosofi pensavano di salvarsi da soli. La speranza cristiana, invece, è
comunitaria. Concerne l'intero popolo. "Essa presuppone l'esodo dalla
prigionia del proprio "io"".
Nei tempi moderni, la fede-speranza cristiana si è trasformata. Bacone, correlando la scienza e la prassi, ritiene che
l'uomo potrà ripristinare il dominio sulla natura smarrito con il peccato
originale. L'idea del progresso è nata. Fondandosi su una fiducia nuova nella
ragione e nella libertà, i Lumi sperano di edificare una nuova comunità
perfetta. Così Kant definisce la "fede
razionale" che, avendo trasceso la fede della
Chiesa, fonda il nuovo "regno di Dio". Eppure,
curiosamente, Kant ha l'intuizione di un possibile
malfunzionamento di questo regno, analogo a quello che Vico denominava "la
barbarie della riflessione". Prima di Newman,
prima di Solov'ëv, egli prospetta come possibile la
venuta dell'Anticristo. Ecco sopraggiungere il tempo di Marx
dove l'avvento di un mondo perfettamente buono proviene non solo dalla scienza,
ma anche dalla politica e dalla rivoluzione. Lenin credeva di sapere
come sarebbero andate le cose dal momento in cui il potere sarebbe stato preso.
L'idea dell'ignorantia non lo sfiorava.
La "costruzione" alla cieca del migliore dei mondi
dura settant'anni. Lascia solo una
"distruzione desolante".
Il progresso esiste, ma resta ambiguo. La cosa peggiore sarebbe ignorarne i
limiti. Il benessere del mondo non può essere garantito da strutture migliori,
come supponeva una certa teologia della liberazione. Il regno plenario del bene
non esisterà mai in questo mondo. La sua ricerca è l'oggetto di
ogni generazione, e sarà sempre da ricominciare. Questa enciclica pone i
limiti a ciò che "è permesso di sperare".
"Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene
redento mediante l'amore". Per quanto giustificate
siano le numerose e diverse speranze che possono nutrire gli uomini, questi
ultimi hanno bisogno di una speranza che "va al di là", e che è Dio
stesso. Quando la speranza, per grazia, viene donata
loro, scoprono che racchiude anche il prossimo e il suo servizio. Questa è la
"Grande Speranza".
La speranza si impara, si acquisisce e si esercita. La
sua scuola è la preghiera, la sua pietra di paragone è
nel modo di accogliere la sofferenza, la sua autenticità si dimostra nella
compassione, ed eventualmente nel martirio. L'esigenza di
giustizia fa concepire la possibilità dell'inferno, e anche l'idea di
purgatorio e di preghiera per i defunti. È pertanto l'insieme del dogma
cattolico che il Papa ricostruisce a partire dalla
speranza, poiché nella cattedrale teologica si entra da varie porte. Benedetto
XVI conclude con un'altissima preghiera a Maria, stella della speranza.
Ho tracciato solo un profilo di questa enciclica.
Benedetto XVI l'ha scritta secondo la sua natura e il suo talento: quello
di un grande professore, di un maestro. Essa si
presenta come una lezione magistrale, dall'aspetto un po' fuori
dal nostro tempo, ma incentrata sugli errori e i pericoli che oggi
minacciano la fede. Si potrebbe forse spingere oltre il dibattito su Marx,
cattivo osservatore della realtà del suo tempo, teorico confutato, il cui ruolo
nello sviluppo e nella diffusione del comunismo è a mio parere sopravvalutato. Il comunismo leninista, che ha distrutto tanta materia e tanta
natura, è, piuttosto che un materialismo, una dialettica idealistica che
permette di affermare che quanto è non è; e quanto non è, è. Ma che
gioia arreca allo spirito questa grande lezione così
chiara, così erudita, così sapiente! Gli excursus filologici, la scelta delle
citazioni di Ambrogio, Agostino, Ilario, Massimo,
compongono un rosario di rare meraviglie. Questo Papa preferisce prendere i
punti di riferimento dalla sua cultura natale, da Lutero a Horkheimer:
gioisco come francese di questa superba rinascita del grande
pensiero tedesco.
Il discernimento, il giudizio separatore del vero e del falso: questo è
il compito più importante del Sommo Pontefice. La sua prima enciclica chiariva
il rapporto fra le diverse forme dell'amore umano e la virtù teologale della
Carità. La seconda sbroglia l'intricata relazione fra le speranze legittime o
illusorie che l'uomo moderno nutre e la virtù soprannaturale della speranza, la
"grande speranza" che le fonda o permette di
rinunciarvi. Nella logica di queste due encicliche, se ne attende
una terza, che verterà sulla fede. Il mondo moderno produce il relativismo che
il Papa detesta poiché è una rinuncia alla verità. In
materia religiosa, il relativismo formula
un'equivalenza fra le religioni. Cancella la distinzione fondamentale fra il
credo, semplice virtù morale di "religione", e la "fede", virtù soprannaturale la cui "materia" è Dio stesso.
Nel loro avvicinamento così difficile al dialogo tra le religioni, i cattolici,
ad esempio, esitano ad attribuire all'islam la fede, o solamente la credenza.
Attendiamo con fiducia l'enciclica che opererà il discernimento su questo
punto. Ma forse Benedetto XVI ha altri progetti.
(©L'Osservatore Romano - 4 aprile 2008)