Pienezza della fede, respiro della carità

di Albert Vanhoye
Cardinale

Tra tanti pensieri profondi che vengono espressi nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, merita, a mio parere, un'attenzione speciale l'insegnamento sulle relazioni strette che uniscono la speranza cristiana alle altre due virtù teologali, la fede e la carità. In questo, l'enciclica si ispira evidentemente alla Sacra Scrittura.
La prima cosa che viene affermata è che ""speranza", di fatto è una parola centrale della fede biblica", e la relazione è talmente stretta "che in diversi passi le parole "fede" e "speranza" sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla "pienezza della fede" (10, 22) la "immutabile professione della speranza" (10, 23)". È interessante notare, in proposito, che la Lettera agli Ebrei adopera per la speranza il termine "professione" (greco homologìa) che viene tradotto altrove "confessione di fede" (cfr 2 Corinzi, 9, 13; Ebrei, 3, 1; 4, 14). Così san Paolo dichiara:  "Se confesserai (verbo:  homologèin) con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per avere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Romani, 10, 9-10). È quindi chiaro che la "pienezza della fede" contiene in sé la "professione della speranza". La fede, infatti, è adesione a Cristo in quanto salvatore. L'enciclica osserva, a ragione, che nello stesso senso va il passo della Prima Lettera di Pietro che "esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il lògos - il senso e la ragione - della loro speranza (cfr 3, 15)". In questo passo ""speranza" è l'equivalente di "fede"". In due testi di san Paolo, si può perfino vedere che, in un certo senso, la fede viene subordinata alla speranza:  si crede per sperare. In Romani, 15, 13 leggiamo:  "Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella "fede", perché abbondiate nella "speranza" per la virtù dello Spirito Santo". E in Galati, 5, 5:  "Noi infatti, per virtù dello Spirito, attendiamo "dalla fede la speranza" della giustizia".
I Vangeli manifestano in modo paradossale il legame stretto che unisce fede e speranza, perché non usano mai il termine "speranza", ma unicamente il termine "fede", anche quando si tratta effettivamente di una fede piena di speranza, quella ad esempio espressa, prima della sua guarigione, dalla "donna che soffriva d'emorragia da dodici anni". Ella si diceva:  "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata" (Matteo, 9, 21). Quando ebbe toccato il lembo del mantello di Gesù, egli le disse:  "La tua fede ti ha salvata" (Matteo, 9, 22; Marco, 5, 34; Luca, 8, 48). La stessa affermazione di Gesù si ritrova più volte nei Vangeli, sempre in circostanze analoghe.
L'enciclica può quindi esprimere ripetutamente il legame tra speranza e fede; parla, a proposito di sant'Agostino, della ""speranza" che gli veniva dalla "fede"" (n. 29) e per altri della "forza della "speranza" che proviene dalla "fede"" (n. 37); mette, d'altra parte, in parallelo:  "a che cosa mira la "speranza"" e:  "che cosa aspettiamo dalla "fede"" (n. 12); domanda se "la "fede" cristiana è anche per noi oggi una "speranza" che trasforma e sorregge la nostra vita" (n. 10) e osserva che "l'attuale crisi della "fede", nel concreto, è soprattutto una crisi della "speranza" cristiana" (n. 17).
Nella conclusione dell'enciclica, a Maria Santissima viene rivolta questa frase:  "In questa "fede", che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della "speranza", sei andata incontro al mattino di Pasqua" (n. 50). La fede suscita la speranza, non è piena senza la speranza. D'altra parte, fondata sulla fede, la speranza cristiana non può limitare se stessa a orizzonti materiali e ristretti, ma si deve aprire a orizzonti spirituali molto ambiziosi. Nel Nuovo Testamento, lo stretto legame tra fede e speranza viene espresso in modo particolare "nell'undicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei (v. 1)". In questo passo, dice l'enciclica, "si trova una sorta di definizione della fede, che intreccia strettamente questa virtù con la speranza" (n. 7). Effettivamente, la fede vi viene definita "hypòstasis delle cose che si sperano, prova delle cose che non si vedono". L'enciclica ha ragione di dire che si tratta di "una sorta" di definizione della fede, perché questa frase non esprime l'essenza della fede, la quale è anzitutto una relazione interpersonale, ma definisce la fede per i suoi effetti:  la fede è un modo di possedere in anticipo le cose che si sperano, un mezzo per conoscere le realtà che non si vedono. È, però, molto significativo che in Ebrei, 11, 1 la fede sia così definita anzitutto per mezzo della sua relazione con la speranza. L'enciclica osserva che questa relazione non è meramente soggettiva, come lo suggerisce una traduzione troppo diffusa, che adotta per hypòstasis il senso di "fermezza d'animo", senso che non va bene con il genitivo:  "fermezza d'animo delle cose che si sperano", infatti, è una espressione incoerente; d'altra parte, il parallelismo stabilito dalla frase tra hypòstasis e elènchos, termine che non ha mai un senso soggettivo - elènchos significa "prova", "mezzo per conoscere" - questo parallelismo spinge a capire anche hypòstasis in senso oggettivo. La relazione tra la frase di Ebrei, 11, 1 e Ebrei, 10, 34, dove viene detto che i credenti sanno "di possedere una proprietà (hypàrxis) migliore", questa relazione conferma per hypòstasis il senso oggettivo di "modo di possedere" (n. 8). Ne risulta che tra fede e speranza il rapporto è sostanziale. La fede "ci dà già ora qualcosa della realtà attesa" (n. 8).
Sulla relazione tra speranza e carità, l'enciclica non si esprime in modo così esplicito come lo fa per la relazione tra fede e speranza. Essa contiene nondimeno un chiaro insegnamento in proposito, quando pone la domanda:  "La speranza cristiana è individualistica?" (n. 13) e tratta a lungo questo problema. Se la speranza cristiana fosse individualistica, essa non avrebbe un rapporto con la carità. L'enciclica osserva che si è rimproverato ai cristiani di avere una speranza di tipo individualistico e spiega che c'è stata, nel corso dei secoli, una evoluzione che andava in questa direzione, perché la scoperta del metodo sperimentale per la scienza e la tecnica ha avuto come conseguenza quella di suscitare, per l'organizzazione del mondo, un'immensa speranza profana, fondata sulla "fede nel progresso". Ne è risultato che la fede cristiana - e con essa la speranza cristiana - è stata "spostata su un altro livello, quello delle cose solamente private e ultraterrene, e allo stesso tempo è diventata in qualche modo irrilevante per il mondo" (n. 17). Contro questa evoluzione negativa, l'enciclica reagisce in modo quanto mai risoluto e approfondito, dimostrando che il progresso materiale è incapace di soddisfare le aspirazioni più profonde delle persone umane e, d'altra parte, che la speranza cristiana non può per niente essere relegata al livello "delle cose solamente private e ultraterrene", ma si estende a tutte le dimensioni della carità e quindi dell'esistenza.
La speranza cristiana ha la sua base in Dio, che è amore, e spinge quindi a progredire sempre nell'amore in questa esistenza terrena, attraverso tutti i condizionamenti, fino a raggiungere nell'aldilà la definitiva unione con Dio e con tutti nell'amore. Per questa ragione, la speranza cristiana non può essere individualistica. "La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri" (nn. 34 e 48). "Ed è speranza attiva", che spinge ad intervenire nel mondo, "affinché il mondo diventi un po' più luminoso e umano" (n. 35). L'enciclica accenna all'esempio di sant'Agostino, mostrando come la speranza lo spinse ad agire con amore; essa, "in totale contrasto col suo temperamento introverso, lo rese capace di partecipare decisamente e con tutte le forze all'edificazione della città" (n. 29).
L'enciclica proclama che "Dio è il fondamento della speranza" e subito precisa:  "non un qualsiasi Dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e "che ci ha amati" sino alla fine:  ogni singolo e l'umanità nel suo insieme"; poi aggiunge:  "Solo "il suo amore" ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere "la speranza", in un mondo che, per sua natura, è imperfetto" (n. 31). I legami tra la speranza e la carità sono quindi molteplici e forti. L'insegnamento dell'enciclica in proposito corrisponde a quanto scrive san Paolo:  "La "speranza" non delude, perché l'"amore" di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato donato" (Romani, 5, 5).
Nelle ultime righe dell'enciclica appare bene l'unione delle tre virtù teologali. A Maria Santissima, invocata come "Madre della speranza", viene rivolta questa fervida preghiera:  "Insegnaci a credere, sperare e amare con te" (n. 50). Così viene conclusa ottimamente questa enciclica, la quale, in perfetta fedeltà alla rivelazione del Nuovo Testamento (cfr 1 Tessalonicesi, 1, 3; 5, 8; 1 Corinzi, 13, 13; Ebrei, 10, 22-24), mostra gli stretti legami che uniscono la speranza alla fede e alla carità.

L'Osservatore Romano - 18 aprile 2008)