La risoluzione sull'aborto
del Consiglio d'Europa
di Elio Sgreccia - Presidente della Pontificia Accademia per
L'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha approvato
il 16 aprile scorso la risoluzione 1607 che invita i 47 Stati membri a
orientare, laddove necessario, la propria legislazione in maniera da garantire
effettivamente alle donne "il diritto di accesso all'aborto sicuro e
legale". Il documento è stato approvato con 102 voti a favore, 69 contrari
e 14 astenuti, dopo un lungo dibattito che ha deciso sull'inclusione nel testo
provvisorio di ben 72 emendamenti proposti in precedenza.
La risoluzione approvata inizia ribadendo il principio che in nessuna
circostanza l'aborto deve essere inteso come un mezzo di pianificazione
familiare e che, nei limiti del possibile, esso deve essere evitato (cfr n. 1). A tal fine, la risoluzione raccomanda che sia
messo in atto ogni mezzo, purché compatibile con i diritti delle donne,
per ridurre sia le gravidanze indesiderate che gli aborti stessi. Sembra dunque
che, almeno in linea di principio, l'introduzione del documento riconosca e
affermi chiaramente che l'aborto è una realtà in se stessa negativa, da evitare
nei limiti del possibile con ogni sforzo.
Nel testo viene poi ricordata la presenza nella maggior parte degli Stati
membri di dispositivi di legge che, sotto precise condizioni e circostanze,
"permettono" l'aborto nei casi previsti. È qui che la risoluzione
manifesta una preoccupazione concreta: il pericolo che in alcuni dei
Paesi del Consiglio europeo dove l'aborto è permesso, di fatto, non possa
essere garantito alle donne che lo richiedessero "un effettivo accesso ai
servizi per l'aborto che siano sicuri, sostenibili, accettabili ed
appropriati" (n. 2), e ciò a causa di condizioni eccessivamente
restrittive previste dalle apposite disposizioni legislative, che finirebbero
per provocare effetti discriminatori tra le donne.
Ed è proprio a questo punto che nel testo spunta la parola "diritto",
riferito all'effettivo accesso all'aborto. Ciò stupisce in quanto è la prima
volta che in un documento ufficiale del Consiglio d'Europa - così come in
quelli delle Nazioni Unite - si parla dell'aborto come di un "diritto".
Dal punto di vista legislativo, infatti, una cosa è permettere o depenalizzare
l'aborto effettuato in determinate circostanze, altro è definirlo come un
"diritto", a cui dovrebbe logicamente corrispondere anche un
"dovere" di tutela del medesimo. Ma è davvero possibile postulare
fondatamente un "diritto all'aborto"? Su quali basi si potrebbe
giustificare il diritto di interrompere la vita di un essere umano innocente e,
per di più, debole e indifeso? A meno di adottare criteri antropologici
discriminatori e arbitrari, che non riconoscano a ogni essere umano uguale
dignità e diritti fondamentali, questa pretesa è del tutto infondata e
arrogante; essa può essere giustificata solo da impostazioni di pensiero
fortemente ideologiche e parziali, che non pongono la persona umana - o almeno,
non ogni singola persona umana - come fine ultimo e misura della vita sociale,
e quindi della regolazione legislativa.
Anche l'affermazione che "l'aborto non deve essere vietato entro limiti gestazionali ragionevoli" (n. 4) suscita domande e
perplessità. La ragionevolezza cui si fa riferimento, infatti, sembra essere
commisurata su motivi riguardanti esclusivamente la salute della donna ed i
costi sociali. Nulla si dice invece sulla realtà dell'essere umano (embrione)
da abortire, la cui dignità essenziale è legata alla sua stessa natura, al
fatto stesso di appartenere alla specie umana e non alle tappe del suo sviluppo
biologico. In relazione al suo "diritto" di tutela della vita,
dunque, non esistono e non possono esistere "limiti gestazionali
ragionevoli" entro i quali sia possibile derogare a tale diritto
fondamentale, poiché la vita umana individuale possiede il suo valore peculiare
ed inalienabile in ogni momento della sua storia personale.
Nella stessa direzione, proseguendo nella lettura della risoluzione 1607, un
altro elemento crea forti perplessità; si tratta della riaffermazione (cfr n. 6), di per sé opportuna e giusta, del diritto di
ogni essere umano - e non si capisce perché il testo senta il bisogno di
specificare "incluse le donne", cosa che appare del tutto scontata e,
quindi, offensiva nei confronti delle donne stesse - al rispetto della propria
integrità fisica e alla libertà della gestione del proprio corpo. Sulla base di
questa affermazione, il testo conclude che "la decisione ultima di
ricorrere o no all'aborto è una questione che appartiene alla donna
interessata, la quale deve avere i mezzi per esercitare questo diritto in
maniera efficace". La conclusione non sembra del tutto coerente con
l'affermazione di principio iniziale. Se, infatti, viene riconosciuto il
diritto alla tutela dell'integrità corporea di ogni essere umano, ciò va
rivendicato appunto per tutti gli esseri umani, senza distinzione; ora, nel
caso dell'aborto, la donna è solo uno degli esseri umani direttamente
coinvolti, non l'unico. Anche il figlio, embrione o feto, lo è. Se è sacrosanto
rivendicare il rispetto per l'integrità corporea della madre, altrettanto lo è
affermare e rivendicare quella del figlio, tanto più che quest'ultimo
non è in condizioni di reclamare e difendere da solo i propri interessi. Nel
caso dell'aborto, da questo punto di vista vi sono due fronti d'interesse da
far convergere e tutelare insieme: la salute della madre e quella del
figlio. Il concepito non può certo essere ridotto a "parte del corpo della
donna gravida", come ormai dimostra senza alcuna ragionevole incertezza la
più moderna embriologia. La risoluzione 1607 glissa troppo velocemente su
questo fondamentale aspetto, tentando di far passare come del tutto scontate
affermazioni di significato antropologico e valoriale che sono invece del tutto
discutibili, se non altro in nome di quel pluralismo di pensiero tanto
rivendicato proprio dai sostenitori di queste affermazioni. Di conseguenza, è
del tutto artificiale e "populistica" la reiterata accusa, mossa alla
Chiesa cattolica da parte di alcuni parlamentari in sede di discussione del
documento, di agire e parlare col fine di "privare le donne del loro
diritto più fondamentale: quello di disporre del loro corpo".
Un'idea del genere è assolutamente estranea all'insegnamento e agli intenti
della Chiesa, ma soprattutto rappresenta una palese riduzione distorsiva della realtà: l'aborto volontario non può
essere ridotto a una mera questione di gestione del corpo della donna; esso,
infatti, include allo stesso tempo la drammatica scelta di distruggere una vita
umana, quella del figlio, il cui valore di fondo è pari a quello della madre.
Un ultimo rilievo bisogna fare circa le possibili soluzioni che il documento
prospetta per eliminare il più possibile il fenomeno dell'aborto. A tal fine si
fa riferimento ad appropriate politiche di "salute sessuale e
riproduttiva", ma soprattutto all'esigenza di rendere
"obbligatoria" una educazione sessuale e relazionale (modulata
sull'età e sul "genere" del soggetto) rivolta ai giovani. L'offerta
di una proposta educativa sul piano della sessualità e della relazionalità è senz'altro un valore, che costituisce
peraltro un dovere degli adulti nei confronti dei più giovani, soprattutto da
parte dei genitori nei confronti dei propri figli; allo stesso tempo, per i
genitori questo impegno rappresenta anche un diritto, da esercitare nella
libertà di scelta dei valori e dei significati da trasmettere alla propria
discendenza. Sembra invece molto difficile immaginare che possa essere la
società nel suo insieme - la scuola? altre strutture? - a svolgere questo tipo
di funzione educativa, poiché occorrerebbe scegliere e inevitabilmente imporre
un modello valoriale e interpretativo, violando la libertà di scelta dei
genitori stessi. Oppure pensare, come fa un po' "ingenuamente" la
risoluzione 1607, che sia possibile dare su tali fondamentali tematiche
semplici informazioni "neutre", senza valori etici, senza punti di
riferimento antropologici. Non a caso, infatti, il documento riafferma
l'importanza di diffondere in larga misura conoscenze e strumenti di
contraccezione tra le popolazioni, con la convinzione che così facendo si
otterrà una forte diminuzione del fenomeno dell'aborto. Sulla base di
statistiche ufficiali e convincimenti antropologici del tutto diversi,
riteniamo di dover riproporre la via dell'impegno per un'integrale educazione
al valore della vita umana, all'amore e all'affettività (che comprende anche la
sessualità), soprattutto a carico dei genitori verso i figli, come principale
ed efficace strada per allontanare la piaga dell'aborto, legale o clandestino
che sia. Pensiamo anche che la società tutta, e in particolare coloro che ne
portano la responsabilità di guida, debbano agire efficacemente per tentare di
rimuovere ogni difficoltà concreta (materiale, sanitaria, psicologica,
economica, sociale e così via) che
spinga una donna a ricorrere all'aborto.
Concludendo, l'affermazione relativa al "diritto di aborto"
introdotta contro la logica della prevenzione e dell'educazione, verrebbe in
ogni caso ad annullare il diritto alla vita del bambino concepito e rappresenta
un'interpretazione selettiva e soggettivistica del diritto stesso, contraria
all'originaria accezione dei diritti umani in cui il diritto alla vita è
originario, fondamentale e preliminare rispetto a tutti gli altri diritti
dell'uomo.
(©L'Osservatore Romano - 27 aprile 2008)