Caro ziofranco, ti mando un articolo che ho letto sulla rivista Dimensioni Nuove di Giugno 2008 su Giulio Scarpati che ha interpretato Don Zeno in televisione il 27
e 28 Maggio U.S. Ciao Lucia
L’avventura di Nomadelfia è ora un film. Il segno dell’ utopia di Don Zeno resta ancora oggi una provocazione alla nostra società pigra ed egoista. Lo conferma anche Giulio Scarpati che è stato chiamato a vestire i panni del prete scomodo.
«Don Zeno è una di quelle persone che ti danno grande energia perché ti costringono a recitare a temperature interiori – dal calore del corpo al calore del cuore – molto forti! Lo paragonerei a una “macchina da guerra”: non si fermava davanti a niente. E in più, aveva un senso di Dio, una fede che era benzina, un motore colossale». A parlare è Giulio Scarpati, che ha interpretato il prete di Nomadelfia in un film per la televisione, in onda prossimamente sulla Rai, per la regia di Gianluigi Calderone. Siamo andati a trovarlo per farci raccontare come è stato l’ “incontro” con Don Zeno.
Cosa
ti ha colpito di Don Zeno tanto da spingerti a
interpretarlo?
Quando m’ hanno proposto Don Zeno ero
perplesso: un altro prete! Pensa che non sapevo che
Nomadelfia esistesse ancora! Poi, Gianluigi Calderone, regista
straordinariamente preparato, mi ha dato tanto
materiale e così ho iniziato a “studiare” il personaggio. Innanzitutto,
m’è piaciuto raccontare un arco narrativo di ben 50 anni, dai 30 anni di Don Zeno
fino agli 80, e quindi raccontare in un certo senso anche l’Italia nei suoi
passaggi difficili. Don Zeno, poi, amava molto il cinema e questo anche m’ ha
colpito. Ho visto alcune sue riprese, di cui faceva anche lo speaker. E’ stato
bello scoprire come amasse il mezzo, la comunicazione.
Alcuni di questi filmini sono commoventi: ci sono ragazzi che buttano giù un
muro o del filo spinato, quando Don Zeno trasferì la sua comunità a Fossoli di
Carpi, in un ex campo di concentramento, che lui fece diventare Nomadelfia. E lo fecero subito dopo
Come
hai “studiato” per questo ruolo?
Ho
ascoltato i suoi discorsi, che la comunità di Nomadelfia ci ha messo a
disposizione. Li ho caricati sul mio i-pod e andavo in
giro ascoltandoli. Molto divertenti tra l’altro! Spesso in un emiliano
strettissimo: fortuna che avevo il testo a fronte! E poi ho visto filmati e interviste a Don Zeno e ascoltato i
racconti delle mamme di vocazione, che a 18 anni sceglievano di entrare nella
comunità e diventare mamme di 70, 80 bambini orfani.
Sei
stato anche a Nomadelfia?
Certo!
Lì abbiamo girato la parte finale: gli ultimi giorni e la morte. Il resto del
film lo abbiamo girato in parte in Bulgaria, in parte
a San Biagio, una comunità contadina in Emilia che sembra rimasta ferma a
quell’epoca. Un posto molto suggestivo: il fascino
della nebbia che ti avvolgeva al mattino era poetico e fonte d’ispirazione. La
gente partecipava in maniera quasi diretta alle riprese. Ci portavano vino,
lambrusco, tortellini: era una processione di doni! Penso che sia anche per
questo che a Don Zeno è venuta l’idea di una comunità solidale, che potesse
essere per tutti un conforto anche nei momenti
difficili. Non creava barriere né ipocrisie. C’era chi lo accusava di andare
nelle bettole, dove c’erano ubriachi e non solo. Ma
per lui questi incontri erano occasioni per recuperare la comunità.
A
livello umano cosa t’ ha dato questa esperienza?
Innanzitutto, ho preso coscienza del fatto che spesso ignoriamo le difficoltà in
cui vivono le persone. Don Zeno, invece, riusciva a capire appieno gli altri.
Pur essendo nato da una famiglia possidente, a un
certo punto andò addirittura a vivere e lavorare con i contadini. E poi, per me è stato importantissimo il calore che ho
trovato a San Biagio: ho seminato amicizie che si sono consolidate durante le
riprese.
Con
gli abitanti di Nomadelfia è stato lo stesso: anche loro hanno partecipato
attivamente alle riprese, chi come comparsa chi come tecnico. Quando facevo i discorsi dal pulpito, avevo di fronte volti di
persone che sapevano bene di cosa stavo parlando: e questo mi dava una grande
carica.
Una
frase che t’è rimasta nel cuore.
Una volta, a una sua domanda su cosa fosse la solidarietà, una persona rispose: “E’ come quando hai 2 scarpe: una la tieni per te e una la dai all’altro”. Don Zeno ribatté con un paradosso: “Immagina che vengano 2 persone a chiederti una scarpa: tu devi darle entrambe e così resti scalzo”. Quella risposta sconvolse l’uditorio. Aveva un’idea assoluta e totale del dono. Provava un amore spassionato per il popolo mentre era sospettoso con i ricchi. Perciò, quando qualche potente lo aiutava, lui era molto esigente e lo faceva anche sentire un po’ ... in colpa secondo me. Per lui un’elargizione non bastava!
Vivere e proporre, da parte di Don Zeno, progetti utopistici, non gli faceva perdere di concretezza?
Secondo
me no. Anzi, il problema è che oggi si è persa l’utopia, che invece è un vero e
proprio motore.
Se
non pensassi che c’è una possibilità nuova o diversa non cambieresti niente.
Quel vivere tutti senza proprietà ancora oggi ci mette
a confronto con le nostre disuguaglianze e contraddizioni.
La vita di un giovane come si può far interrogare da un
personaggio come Don Zeno?
Io penso che i giovani
più impegnati nella solidarietà si interroghino molto:
hanno fatto già una scelta, dedicando parte del loro tempo agli altri.
C’è però anche una parte
di giovani che subisce il meccanismo “violento” che ti
rende fin da piccolo solo un consumatore. Il messaggio del film, invece, è di
aiutare gli adolescenti a crescere pensando che i modelli non
sono solo quelli che la società odierna propone, anche se si tratta solo
di una fiction...
Spot pubblicitario: 3 motivi per cui
un ragazzo dovrebbe vedere questo film.
Uno:
pensare che il passato ci può insegnare qualcosa rivedendolo. Spesso non capiamo noi stessi
oggi, ma può risultarci più semplice capire l’adolescente di un altro
periodo storico perché, sapendo più cose, riusciamo a identificare il perché di
certe scelte. Poi – ed è un motivo che vale per me – è bene vedere una fiction recitata “bene”. Ci siamo abituati troppo a un’idea di non adesione alle cose, al “similvero”. E quando vediamo un attore o un’attrice non particolarmente
dotato, che viene da altre esperienze, dato che non ci aspettiamo molto, siamo
portati addirittura a dire: “Beh, in fondo non se la cava male!”. Perdersi in
un racconto, invece, vuol dire molto! Infine, sono molti i giovani di cui
raccontiamo le storie nel film su Don Zeno, e anche questo è un motivo per
vederlo.