di Timothy Verdon
Quando lo storico dell'arte
statunitense Leo Steinberg pubblicò un saggio sulla sessualità di Cristo
venticinque anni or sono, fu subito scandalo (The Sexuality
of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion, Pantheon/October Book, New York, 1983). Ora qualcuno grida di nuovo
allo scandalo - per motivi assai diversi eppure tristemente analoghi - davanti
al bel volume di Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia: Due in una carne. Chiesa e
sessualità nella storia (Roma-Bari, Laterza, 2008, pagine xi + 322,
euro 18). Certo, un quarto di secolo fa a scioccare fu l'idea che gli artisti rinascimentali avrebbero
intenzionalmente enfatizzato le caratteristiche sessuali del salvatore e sposo
dell'umanità, Gesù Cristo, "il più bello tra i
figli dell'uomo", mentre oggi a turbare gli animi è la chiara e
persuasiva, affascinante e ben documentata articolazione della teologia
sponsale del cristianesimo alla luce del rapporto reale tra l'uomo e la donna,
studiato in prospettiva storica. Non ci si scandalizza più, cioè,
per l'ardita associazione di idee "Cristo-sessualità"
bensì per quella politicamente imbarazzante
"cristianesimo-eterosessualità", e perché l'intelligente rilettura
delle fonti offerta dalle autrici del libro svuota di significato il luogo
comune secondo cui, per il cattolicesimo, il piacere sarebbe colpa e il sesso peccato.
Pelaja e Scaraffia infatti, pur riconoscendo che sono state soprattutto
semplificazioni a volte grossolane all'interno della stessa tradizione
cattolica a permettere una sintesi così brutalmente riduttiva, analizzano i
dati storici con oggettività e delicatezza fino a sgretolare l'apparente
plausibilità del generico assunto negativo.
Le due autrici citano il saggio di Steinberg a più
riprese, e questo per un motivo semplice: componente
imprescindibile dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti della sessualità
umana è il modo in cui viene interpretata l'umanità di Cristo figlio di Dio.
Con Steinberg chiamano l'attenzione all'enfasi,
d'ispirazione francescana e di fatto sviluppatasi a
partire dal tardo Due e dal Trecento, su una ostentatio
genitalium in immagini del Bambino Gesù in collo alla Madonna ma poi anche in immagini del
Cristo in croce e morto, a conferma della sua condizione di "vero
uomo", soggetto ai due grandi limiti imposti dalla caduta dei progenitori,
la sessualità e la morte. Il volume, corredato di riproduzioni di opere d'arte dal paleocristiano al barocco, evoca gli
estremi di questo sviluppo, invitando a reintegrare la questione della
sessualità in una visione al contempo antropologica e cristocentrica;
la chiave di volta teologica è infatti la concezione mistica del rapporto
emotivo e fisico tra l'uomo e la donna elaborata nella lettera agli Efesini, laddove l'autore invita i mariti ad amare le loro
mogli "come Cristo ha amato
Questo humus semantico produrrà mirabili frutti dall'era patristica fino a
tutto il medioevo e primo rinascimento, ma il diffondersi di un umanesimo
paganizzante nel secondo Cinquecento, nonché delle
scienze fisiologiche nel Cinque-Seicento, lo
impoverisce, sostituendo alla mistica biblica altri modelli concettuali, fino
alla "pudica" repressione di ogni allusività
erotica nella cultura cattolica dell'Ottocento e primo Novecento, repressione
che permette e legittima il luogo comune contro il quale Pelaja
e Scaraffia si sono schierate.
A sostegno del loro saggio, però, e grazie al ricco materiale teologico da loro
messo a disposizione anche sul versante iconografico, viene spontaneo pensare
ad altre opere d'arte, alcune con carattere liturgico monumentale. Tra queste
possiamo ricordare il celebre mosaico absidale della basilica di Santa Maria in Trastevere, a
Roma: un capolavoro del xii secolo, in cui
Cristo è raffigurato seduto su un trono largo come un divano con una donna
accanto, ambedue in splendide vesti.
Anche se la donna raffigurata è ovviamente Maria (siamo in una chiesa a lei intitolata), essa
rappresenta anche e soprattutto la "Signora Chiesa", giovane e
splendidamente vestita al momento delle nozze eterne. Cristo reca un libro con
l'invito alla sua "eletta" a diventare lei stessa
trono, Veni electa mea et
ponam in te thronum meum. L'eletta -
Il rapporto di quest'immagine con il testo biblico
spesso ricordato da Pelaja e Scaraffia
- il grande poema d'amore dell'Antico Testamento, il Cantico
di Salomone o Cantico dei cantici - è estremamente significativo. La
tradizione rabbinica e quella cristiana avevano unanimemente interpretato in
senso mistico il contenuto erotico del Cantico, permettendo ai Padri
della Chiesa di identificare il protagonista maschio del testo, "lo
sposo", con Cristo, e la protagonista femminile, "la sposa", con
"Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.
Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo le giovinette ti amano.
Attirami dietro a te, corriamo!
M'introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo
le tue tenerezze più del vino" (1, 1-4).
Il desiderio morale, emotivo e anche fisico della Chiesa per il suo Sposo è infatti il tema di molte immagini risalenti alla prima
cristianità e al medioevo, in cui fra l'altro emerge il senso femminile della
caratterizzazione mariana della Chiesa stessa. La più antica è una formella
delle porte lignee della basilica di Santa Sabina a
Roma, opera della prima metà del v secolo, in cui vediamo una donna
fiancheggiata da due uomini, in basso, che guarda verso l'alto dove Cristo
ascende in un clipeo glorioso tra le lettere Alfa e Omega. La donna non guarda
soltanto, ma alza le mani in un gesto che esprime contemporaneamente desiderio
e - secondo l'uso antico - implorazione, ardente preghiera. Gli uomini al suo
fianco tengono sopra la testa della donna un serto crociato a mo' d'aureola, e
con la donna guardano verso Cristo che ascende.
Chi è la donna e chi sono i due uomini? Qualche tempo
dopo sarà d'uso includere Maria nel gruppo degli
apostoli che assistono all'ascensione di Cristo, come abbiamo notato nel
coperchio del celebre cofanetto paleocristiano del Sancta
Sanctorum (ora nei Musei Vaticani); già qui la donna potrebbe rappresentare la madre di Gesù.
Ma rappresenta sicuramente e in primo luogo
Questo drammatico dialogo, in cui sentiamo tutta la brama della
"Sposa" per il suo Sposo - della Chiesa per Cristo - è letteralmente
l'ultima pagina delle Scritture giudeo-cristiane, e si collega all'analogo
rapporto tra una donna e il suo sposo descritto nelle prime pagine della Bibbia
- nel libro della Genesi, dove tra i frutti del peccato originale Dio menziona
anche il frustrato desiderio della donna per l'amore del suo uomo, ormai
incapace di una risposta leale: "Verso tuo marito sarà il tuo
istinto", dice a Eva, e poi aggiunge:
"Ma egli ti dominerà" (3, 16). La sofferenza della donna sarà
intensa, praticamente un'angoscia fisica, perché -
come racconta sempre
Proprio quest'intimità fisica veniva
associata al rapporto tra
(scopiazzato da L’Osservatore Romano)