Inizia l'anno di Darwin, indetto per il doppio anniversario della nascita
(12 febbraio 1809) e dell'opera più celebre, On
the origins of species by means of natural
selection (1859). Un libro che ha segnato una
rottura epocale, paragonabile solo a quella di Galileo: Charles Darwin infatti ha cambiato
definitivamente la nostra visione del mondo vivente e del posto dell'uomo nella
natura, legandolo con un filo ininterrotto alle altre forme di vita.
L'originalità radicale del grande scienziato è l'idea che l'evoluzione sia retta dal gioco cieco del caso e della necessità, senza
che nella natura si manifesti la minima finalità, e quindi togliendo ogni
possibile ruolo a un Dio creatore.
Nonostante siano passati centocinquant'anni,
il nome e la teoria di Darwin suscitano ancora violente contrapposizioni, che
non sembrano chetarsi: oggi, al pensiero dei creazionisti
statunitensi, che certo esercitano un'influenza non sottovalutabile nella
cultura del Paese - una recente indagine rivela che il quaranta per cento degli
americani rifiuta l'evoluzione - si aggiunge la diffusione della visione creazionista anche in ambito islamico. Come
nel caso del predicatore turco Adnan Oktar, autore di un gigantesco "atlante della
creazione" e in stretti rapporti, probabilmente anche finanziari,
con i creazionisti degli Stati Uniti. Ci si può
domandare come mai, dopo tanti anni, le polemiche divampino ancora così
forti: le risposte le troviamo sia in ambito scientifico che religioso.
A differenza di Galileo, che avviò una rivoluzione culturale basata su
inconfutabili prove scientifiche, per pensare il mondo vivente Darwin fornisce
piuttosto un quadro concettuale, di cui però non ha
tutte le prove. La sua teoria, infatti, non spiega da dove venga
la variazione né come funzioni l'ereditarietà; sarà solo dopo la riscoperta
delle ricerche del botanico Gregor Mendel che la sintesi neodarwiniana
comincerà a rispondere a queste domande, con teorie che le ricerche successive,
soprattutto quelle sul Dna, confermeranno e arricchiranno. Dal momento, poi,
che questo quadro concettuale non lascia posto a Dio, esso diventa per molti la
prova della sua non esistenza, e dunque lo strumento primo per una propaganda
ateistica, quale è stata senza dubbio la prima fase di
diffusione del darwinismo in ambito europeo.
Ma, soprattutto, a essere messa in discussione dal
pensiero darwiniano è la supposta natura divina
dell'essere umano, la convinzione che noi al di sopra di tutte le altre forme
di vita siamo esseri spiritualmente elevati, favoriti dal Creatore. È qui che
Darwin entra in conflitto con il cristianesimo, l'ebraismo, l'islam e,
probabilmente, con la maggior parte delle religioni.
Recenti studi sulla vita di Darwin - e in particolare la biografia scritta dal
discendente Randal Keynes,
che ha utilizzato un gran numero di documenti privati - mettono in luce il
processo che porta il grande scienziato ad abbandonare la fede in Dio, come lui
stesso racconta nell'autobiografia: "L'incredulità si insinuò lentamente nel mio spirito, e finì col diventare
totale". Ma questi contributi rivelano anche che il profondo materialismo
della visione di Darwin non è provocato solo dagli studi scientifici, per cui la scoperta della selezione naturale fa cadere ogni
ipotesi di disegno divino, ma anche, se non soprattutto, dai dolori della vita,
in particolare come reazione alla prematura scomparsa dell'amatissima figlia Annie: "Non riesco a vedere con la medesima
nitidezza di altri - scrive all'amico Asa Gray dopo la morte della bambina - la prova di un disegno e
di una benevolenza divini tutto intorno a noi. Ai miei occhi sembrano esserci
troppe afflizioni nel mondo". E, infatti, solo
dopo questa morte Darwin si lasciò risolutamente alle spalle la fede cristiana.
Questa accentuazione di una forte componente personale
nel rifiuto della fede da parte del grande scienziato può fare sperare più che
in passato in una compatibilità fra scienza evoluzionista e fede in Dio, già
difesa del resto dallo scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin.
Ma oggi la questione più scottante è un'altra: non tanto la possibilità
di far coesistere l'ipotesi scientifica
dell'evoluzione delle specie viventi con un progetto divino, ma il modo stesso
di concepire l'essere umano. Lo sviluppo delle scienze del cervello, della
psicologia evoluzionistica e delle scienze sociali cognitive - come prova il
proliferare del suffisso "neuro" davanti a campi di
indagine finora appartenuti alle scienze umane, come l'economia,
l'estetica, la politica - avrebbe infatti dimostrato la dipendenza radicale del
sociale e del culturale dal biologico. Mettendo così in crisi
l'idea che la capacità umana di produrre cultura, linguaggio, morale
costituisca una prova della specificità dell'uomo. Oggi più che mai,
dunque, la questione non è tanto la contrapposizione
fra scienza e Bibbia sulla storia dell'evoluzione, ma il rapporto fra scienza -
o almeno una parte di essa - e fede nella definizione del concetto di natura
umana. Per difendere una specificità che dà senso spirituale a ciascuna delle
nostre vite.
(©L'Osservatore Romano - 1 febbraio 2009)