Aperto ai non soci – un articolo di don Carmelo La Rosa
La Prossimità
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori
per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori
e mangia con loro».(Lc 15, 1 – 2)
Sono stato
colpito dal leggere, alla porta di qualche club: vietato
l’ingresso ai non soci e questo mi ha illuminato sulla figura e il ruolo
della Chiesa perché vi ho visto il rovescio e il contrario di ciò che deve
essere la Chiesa.
A dire il
vero nelle nostre Comunità non troviamo cose del genere ma nei fatti potrebbe
verificarsi anche di peggio.
Una
convertita che vive il martirio di ciò che ha lasciato e della croce che ha
abbracciato, si è sentita dire dietro le spalle: ma con quale coraggio va a
prendersi la Comunione!
La
vocazione, la capacità di apertura e di accoglienza delle nostre Comunità va
misurata nell’ascolto dei nuovi arrivati, per sentire da loro se hanno trovato
spazio, quante persone hanno dimostrato di essersi accorte di loro e le hanno
sostenute nell’inserimento, fino a farle sentire in
casa propria.
Le persone
che non reggono all’impatto con una Chiesa fine a se stessa, fredda,
distaccata, sono la nostra coscienza critica e il nostro peccato.
La nostra
sterilità spirituale, a volte ci fa soffrire per cose delle quali dovremmo
gioire perché siamo totalmente risucchiati nell’egocentrismo. L’altro, nel
senso più ampio del termine, diventa il nostro inferno, come lo definisce
Sartre. Portare i peccatori, aprirsi agli altri, rompe gli equilibri, sconvolge
i ritmi: ecco il bivio e il dilemma.
Non
possiamo ridurci ad occuparci soltanto degli ‘interni’,
ma la nostra azione deve avere come meta gli ‘esterni’, i lontani che devono
divenire la nostra vocazione e il nostro scopo.
Tanti di
loro capitano in chiesa ma non trovano chi gli possa offrire una mano, passano
inosservati e diventano ricchezze sprecate. Pensiamo al Vangelo del paralitico
alla piscina di Betzaetà che aspetta da trent’otto
anni che qualcuno gli dia una mano...
Una volta
una signora parlò a noi preti e ci disse che, in un
momento particolare della sua vita, era stata tanto tempo in una chiesa, a
piangere ma nessuno si era accorto di lei e le si era avvicinato.
A me
capita di vedere persone distrutte che stanno lì, prostrate nel banco, magari in
lacrime. Memore di quella provocazione, ogni volta mi sento lacerato perché si
può fare del male anche per eccesso di zelo. Non poterli aiutare mi fa sentire
impotente e vivo quelle presenze silenziose che urlano col loro silenzio,
conficcate lì come una spina nella carne, specie quando ritornano
frequentemente e si fermano a lungo.
San Luca
ci dice che le persone di cattiva reputazione si avvicinavano a Gesù per
ascoltarlo e che i farisei e i maestri della legge lo criticavano. Sono
espressioni che allargano il cuore all’infinito. Pensare che Gesù riesca a
rendere accessibile, prossima, la salvezza, è la cosa più bella che si possa
dire di Lui: i peggiori, i rifiutati, i disprezzati trovano una porta aperta.
Lo cercano per ascoltarlo, cercano la Sua parola.
È la più
bella rivoluzione sociale: dare una speranza ai disperati, la felicità agli
infelici, togliere le persone dal non senso e dalla deriva. Offrire un approdo
agli sbandati.
È anche il
più grande servizio sociale: trovare una collocazione,
un posto, una sistemazione per tutti. Togliere le persone dall’emarginazione e
dal degrado.
È la prova
più bella che Gesù è il Figlio di Dio e della Sua Missione.
Mi ha
sempre entusiasmato, nel film di Zeffirelli, “Fratello Sole e Sorella Luna”, la
scena della Messa dei poveri disgraziati, dei miseri, degli ultimi. Sarebbe entusiasmante se nelle chiese venissero i peccatori a
cercare salvezza e fossero piene di persone felici, raggiunte dal Signore. La
nostra sarebbe una Chiesa matura, già arrivata che ha trovato il suo scopo.
Gesù
realizza se stesso, la sua missione: la
salvezza è annunciata ai poveri. Ci fa sognare a occhi aperti una svolta
nella vita della Chiesa: tutti noi credenti non più intenti a contemplarci l’ombelico
in una dimensione narcisistica della fede, ma rivolti
all’esterno, a dedicarci alla ricerca e all’accoglienza dei lontani.
Don Tonino
Bello aveva delle espressioni brillanti su questo
ri-voltarci, essere ri-volti, ri-voltati, verso.
Mi duole
terribilmente il cuore e mi fa rabbia quando la Chiesa è costretta a medicarsi
le sue ferite, a difendersi, a chiedere perdono. In un momento difficilissimo
in cui Le si richiede la moltiplicazione delle energie
e delle risorse, per dare una mano al mondo, doversi ri-piegare su se stessa è
un furto di pensiero e di forze, tolte all’evangelizzazione dei lontani.
Vorrei che
dimentica di sé, che rinnegandosi segua Gesù nell’andare
verso il mondo, totalmente scommessa nell’avventura missionaria.
La parola
più bella su Gesù, la cosa più bella di Gesù, è ciò
che dicono i farisei e i maestri della legge.
Tutti noi
dovremmo essere felici se potessero dire anche di noi le stesse cose: parla con
i peccatori e mangia con loro.
Vorremmo
almeno sognare e anticipare quel giorno nella preghiera, nel vedere le nostre
chiese scosse, pigiate e traboccati di peccatori felici di aver
trovato o ritrovato la salvezza, che possono gridare al mondo di sé: oggi la salvezza è entrata in questa casa.(Lc 19, 9)
Il nostro
metro per misurare la verità delle realtà ecclesiali, dei gruppi, movimenti, e
la loro aderenza alla realtà e al mondo di oggi non può essere l’efficienza, l’organizzazione
ma la presenza di giovani. Un movimento fatto solo di persone avanzate nell’età
non convince più di tanto. Molti sono capaci di aggregare persone anziane,
magari sfaccendate, ma riuscire a incidere sulla realtà giovanile è un’altra
cosa.
Ma
soprattutto la cartina tornasole indiscutibile della vitalità delle realtà
ecclesiali sono i convertiti. Sono la prova di una Chiesa viva ed efficace. In
questo senso qualche movimento spirituale di massa degli ultimi decenni mi fa
molto pensare e mi scalfisce proprio per i convertiti che ho conosciuto. Di
fronte a loro come di fronte ai martiri, chiunque si
toglie il cappello. Mi piaccia o non mi piaccia, sono
d’accordo o non sono d’accordo, non c’è nulla da dire, se ne prende atto.
In fondo è
l’applicazione della Parola di Gesù: Non
c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo
che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si
riconosce dal suo frutto.(Lc 6, 43-44)