Il volto dell’uomo e della donna – Card. Angelo Scola
«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non
comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente
sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane
donna» (Prov 30, 18-19).
Con potenti immagini l’autore del Libro dei Proverbi esprime la
meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte
all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale
sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra
della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza.
L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno
sguardo senza confini.
La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma
non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita.
La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita.
Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e
profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di
schianto nel tema di questa sera. L’uomo/donna è la
via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita.
Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp,
uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma
che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la “strada dell’uomo attraverso
la donna” (Prov. 30, 18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso
l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando
nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo
stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia, Brescia 1985, 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo
dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le
Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere:
nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di
nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente
all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi
sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la
donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi “sposta” (dif-ferenza) in continuazione, impedendomi di
rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi
impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare.
Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare
alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la
propria irriducibile identità.
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un
tempo identità ed alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a
questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di
ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un affermazione
potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere
a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra
immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli
uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i
rettili che strisciano sulla terra”. E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedissi e
Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1, 26-28). A proposito di questo passo un detto del
Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il
Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo:
voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Allora il Signore
Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del
cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque
modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere
il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli
del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che
gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece
scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e
richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò
con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso delle mie ossa, carne
della mia carne. La si chiamerà donna, perché
dall’uomo è stata tolta”. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti
e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2, 18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile
differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna.
Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune
con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente
l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un
interlocutore che egli non si può dare, né può, tanto
meno, dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi
(imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria
signoria). Si capisce perché per il Libro della Genesi ad
un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per
formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.
Proviamo a raffigurarci - molti artisti lo hanno
fatto - lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé…
Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo
(e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto
irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé.
L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma
sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin
nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo,
infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna
alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in
tal modo al “fuori di sé”. E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi
resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta
uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria
dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile
intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella
mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo
sguardo, con una perla sola della tua collana!» (Cant
4, 9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o
come femmine (Mulieris dignitatem,
1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso
dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si
tratta di imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna,
come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un
handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di
pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a Sua immagine.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della
differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come
via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per
intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci
chiama a Sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla
contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla
loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto
è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore
della bellezza» (Sap 13, 3). Sul volto pieno di
attrattiva della donna risplende il Volto di Colui che
l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna
l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio. Scrive
ancora Beauchamp: «Ecco
perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si
offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a
questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema.
Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere
che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se
la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità
dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio…? Per tale ragione,
l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là
dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è
il luogo di elezione della Sapienza» (Beauchamp, op. cit., 144-145).
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza
dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella
dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto - «Non avrai
altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né
immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla
terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es
20, 3-4) - è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna
perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a Colui
che gli ha donato un/a compagno/a di cammino. Siamo tutti ben consapevoli di
cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio.
Quando cioè ci si aspetta - addirittura si pretende - dall’altro tutto, cioè il
compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla
gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il Libro del Siracide:
«Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i
sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e
insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte
all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (Sir 34, 1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata,
la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida
immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la
nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si
dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il
nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, ad imparare la strada dell’altro/altra quale cammino
concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati
creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere
con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato
Suo Figlio tra noi come Via alla verità e alla vita.
Numerose sono le occasioni in cui i Vangeli ci presentano Gesù Cristo,
il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e
condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E
sempre lo sguardo che Egli - in netta antitesi con i costumi del suo tempo -
porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma la assoluta dignità e la singolare vocazione. Il più delle
volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello
scandalo. E non solo tra i farisei (cfr Lc 7, 37-47),
ma anche tra i suoi discepoli: «si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4, 27).
Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cfr Gv 4, 5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche
dei più profondi misteri di Dio, compresi quelle questioni circa il culto cui
la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti
decisivi incontri di Gesù con le figure femminili, da quello con la peccatrice,
che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sua
lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di
profumo» (Lc 7, 38) e per questo Gesù dice «Le sono
perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc
7, 47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che
responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace
e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11)»; a quello
con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile
espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc
7, 13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande
apprezzamento (Mt 15 21-28).
«[L'uomo e la donna] - scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem - «furono
reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte ad
immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura
dell’amore» (MD, 14). Di tale
affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci
dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del
Vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il
discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”.
Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”» (Gv 19, 26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico
dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel “luogo” deputato all’esperienza
compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa: «Questo
mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e
alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la
propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il
marito» (Ef 5, 32).
Card. Angelo Scola
Patriarca di Venezia