alla corte dei gentili

 

 

credenti e non

"Cortili dei gentili": spazio sulla spianata del Tempio di Gerusalemme, per tutti coloro che non condividevano la fede di Israele. In quel luogo, potevano incontrare degli scribi, parlare della fede ed anche pregare il Dio ignoto.

.. davanti a Notre-Dame di Paris …giovani, credenti e non credenti presenti questa sera, volete stare insieme per incontrarvi e dialogare a partire dai grandi interrogativi dell'esistenza umana. Al giorno d'oggi, molti riconoscono di non appartenere ad alcuna religione, ma desiderano un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice.

….

Credo profondamente che l'incontro tra la realtà della fede e quella della ragione permetta all'uomo di trovare se stesso. Ma troppo spesso la ragione si piega alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscere quest'ultima come criterio ultimo. La ricerca della verità non è facile. E se ciascuno è chiamato a decidersi, con coraggio, a favore della verità, è perché non esistono scorciatoie verso la felicità e la bellezza di una vita compiuta. Gesù lo dice nel Vangelo: "La verità vi renderà liberi". Spetta a voi, cari giovani, far sì che credenti e non credenti ritrovino la via del dialogo. ….Se si tratta di costruire un mondo di libertà, di uguaglianza e di fraternità, credenti e non credenti devono sentirsi liberi di essere tali, eguali nei loro diritti a vivere la propria vita personale e comunitaria restando fedeli alla proprie convinzioni, e devono essere fratelli tra loro.

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Portando avanti ciò che vivete questa sera, contribuite ad abbattere le barriere della paura dell'altro, dello straniero, di colui che non vi assomiglia, paura che spesso nasce dall'ignoranza reciproca, dallo scetticismo o dall'indifferenza.

…….Non abbiate paura! Sulla strada che percorrete insieme verso un mondo nuovo, siate cercatori dell'Assoluto e cercatori di Dio, anche voi per i quali Dio è il Dio Ignoto.

E che Colui che ama tutti e ciascuno di voi vi benedica e vi protegga. Egli conta su di voi per prendersi cura degli altri e dell'avvenire, e voi potete contare su di Lui!

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/pont-messages/2011/documents/hf_ben-xvi_mes_20110325_parvis-gentils_it.html

 

 

Algeria: 15 anni fa la strage dei 7 monaci trappisti di Tibhirine

 

Quindici anni fa, nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, sette dei nove monaci trappisti che formavano la comunità di Tibhirine, località a sud di Algeri, venivano rapiti da un gruppo terroristico. Il 21 maggio di quello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente “Gruppo Islamico Armato” annunciò la loro uccisione. Le loro teste furono ritrovate qualche giorno dopo, ma mai i loro corpi

Ma in tutti questi anni è rimasto aperto, come segno di speranza ed eredità vivente del messaggio dei sette martiri. Una continuità garantita dal “giardiniere di Tibhirine”, ovvero padre Jean-Marie Lasausse, prete della Mission de France il quale ha risposto, tra le tante domande, a queste:

 

D. – La vicenda dei monaci trappisti assassinati ha ispirato lo scorso anno il film, pluripremiato in Francia, “Uomini di Dio”. Che ne pensa padre Jean-Marie?

 

R. – E’ stato accolto, ovviamente, in maniera diversa. Il film è stato globalmente bene accolto in tutti i Paesi francofoni, anche perché ci sono legami molto stretti tra l’Algeria e la Francia che derivano da 138 anni di colonizzazione e dal fatto che molte famiglie algerine hanno parenti in Francia. Quindi, nel bene e nel male, esiste un legame molto forte. Nei Paesi vicini, come Tunisia e Marocco, il film è stato proiettato e complessivamente l’accoglienza è stata positiva; la stessa cosa non vale per l’Algeria, dove in realtà sul film c’è stato il silenzio stampa …

Il religioso trappista confida inoltre di essersi molto emozionato nel vedere il film “Uomini di Dio” sulla storia della comunità algerina di cui faceva parte e ne ha apprezzato il fedele contenuto sottolineando che la pellicola lascia emergere la convivialità, la condivisione, la mutua e calorosa accoglienza tra credenti dell’islam e discepoli di Cristo realmente vissuta a Tibhirine, un messaggio di apertura a Dio, non solamente nella preghiera, ma anche nella sottomissione coraggiosa nella quotidianità e nel pericolo.

“Ciò che è successo è opera di Dio … parlo per la memoria dei miei confratelli e perché sarebbe bello che la loro esperienza fosse conosciuta, amata”.

Per il religioso gli eventi di Tibhirine insegnano che il martirio è come una prova d’amore, come prova di fedeltà. “I nostri confratelli sono morti perché hanno scelto di restare, questa fedeltà è costata loro la vita. Questo dono, che è giunto fino all’estremo, era considerato una eventualità per la quale erano pronti, qualunque cosa fosse accaduta”.

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=473311

 

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